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	Commenti a: A Torino con Jappe e Frola.	</title>
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	<description>Rivista di critica sociale</description>
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		<title>
		Di: giuseppe		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Nov 2017 10:59:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci sarebbe molto dire...

Nel
capitalismo le imprese devono produrre sempre più merci e a
costi
sempre inferiori per battere la concorrenza. Questa necessità
di
crescere senza mai fermarsi è al tempo stesso la forza e la
condanna
del Capitale. Crescendo esso genera la condizione per il
potenziale
benessere di tutta l’umanità: una forza produttiva del lavoro
che
in epoca precapitalista, solo 150 anni fa, sarebbe stata considerata
una utopia. Ma compiendo questo processo il capitalismo genera
anche
le cause del suo declino. Aumentando l’uso delle macchine, per
accrescere produzione e produttività, restringe l’impiego del
lavoro salariato, che è la fonte del plusvalore, e
diminuisce di
conseguenza il saggio del profitto: investire diviene sempre
meno
redditizio. Inoltre, il volume crescente della produzione va incontro
a una sempre più grave sovrapproduzione: le merci
restano
invendute.
La crescita capitalistica genera la crisi capitalistica.

Con
l’inesorabile avanzamento della crisi i lavoratori di tutti i paesi
sono ridotti alla povertà non per scarsità di mezzi
adeguati a
soddisfare i loro bisogni, come sempre è stato prima del
capitalismo, bensì nel mezzo di una potenziale ricchezza mai
storicamente realizzatasi: impianti industriali dalla enorme
capacità
produttiva fermi, magazzini colmi di merci invendute, stomaci
proletari vuoti. Basterebbe far funzionare quelle fabbriche per
soddisfare i bisogni dell’umanità. Ma ciò non è
possibile perché
non serve a realizzare profitto. Il capitalismo, da sempre inumano
ma
un tempo progressivo, si dimostra così anche reazionario.

In ogni
azienda come in ogni paese la borghesia chiama i “propri”
lavoratori a sacrificarsi per vincere la sua battaglia,
rendendo
più
competitiva l’economia aziendale e nazionale, e cerca di
convincerli che padroni e lavoratori “sono tutti sulla stessa
barca”. Al contrario in questa guerra lo sconfitto è sempre
il
proletariato. I lavoratori, quando accettano di legare le proprie
sorti a quelle dell’azienda o della patria, sono spinti in guerra
fra di loro, oggi a colpi di salari più bassi e ritmi di lavoro
più
alti, domani a colpi di fucile e di cannone.

Il
capitalismo è una lotta permanente fra Stati, gruppi industriali
e
finanziari, ciascuno in difesa dei propri profitti. La guerra
è
la
prosecuzione di questa lotta coi mezzi idonei dettati dalla crisi.

E della
crisi è la sola soluzione che conservi il capitalismo: distrugge
le
merci in eccesso, fra cui la forza lavoro; azzera i debiti dei paesi
vincitori; sottomette la classe lavoratrice al massimo sfruttamento;
conducendo i lavoratori al massacro fratricida sui fronti impedisce
che la lotta sindacale per il soddisfacimento dei loro bisogni
divenga lotta politica, ossia rivoluzione.

In tal modo
la guerra consente l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione del
capitale. Questo è il prezzo da pagare per il “ritorno alla
crescita”, obiettivo che accomuna tutti i partiti votati alla
conservazione di questo modo di produzione antistorico, che si dicono
riformisti e sono invece tutti reazionari.

L’organizzazione
dell’enorme capacità produttiva creata dal capitalismo al fine
del
soddisfacimento dei bisogni e non del profitto è presentata da
questi partiti come una utopia. Essa invece, come spiegato su
basi
scientifiche dal marxismo rivoluzionario, è una
possibilità
materiale all’ordine del giorno della storia, come lo fu un secolo
e mezzo fa lo sviluppo del capitalismo. I regimi nazionali
capitalisti, pur di impedire questo progresso storico e conservare
alla borghesia il potere politico e i suoi privilegi, hanno già
dimostrato di essere pronti a condurre l’umanità intera nella
più
grande barbarie della storia.

Con queste
cause e con questi effetti si sono combattute due guerre mondiali e
si va preparando la terza. Il ciclo di forte espansione degli anni
’50 e ’60, figlio dei 70 milioni di morti – quasi tutti
proletari e contadini – della seconda guerra mondiale, si è
esaurito nel 1973-’74, con la prima manifestazione della crisi
attuale, da allora frenata col ricorso al debito, l’allargamento
del mercato mondiale e l’aumento dello sfruttamento della classe
lavoratrice, ma che, inesorabilmente, segue ad aggravarsi.

Per la
preparazione della guerra, oltre alla produzione di materiale
bellico, è indispensabile per la borghesia predisporre una
propaganda ideologica per convincere gli sfruttati al fratricidio. La
Prima guerra mondiale fu spiegata, da una parte come necessaria
contro il militarismo tedesco, dall’altra contro un feroce Zar
feudale. La Seconda sarebbe stata della democrazia e del socialismo
contro il fascismo e il nazismo. Oggi si fa leva sullo “scontro di
civiltà” e sul “terrorismo islamico”, ben pilotato
dall’esterno, per dar fuoco alle polveri in Libia e Medio Oriente.

Ma il comune
bersaglio dei passati e futuri fronti contrapposti è, in ultima
istanza, il proletariato perché esso è la sola
forza che
può dare
alla crisi una soluzione progressiva e non reazionaria, abbattendo
con la rivoluzione il capitalismo e i suoi regimi politici. Solo la
rivoluzione può impedire la guerra ed eliminare la sua causa
materiale – il capitalismo – aprendo la via a una società in cui
il lavoro sia finalmente emancipato dalle leggi del profitto, col
superamento dell’ultima forma di schiavitù, quella del lavoro
salariato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sarebbe molto dire&#8230;</p>
<p>Nel<br />
capitalismo le imprese devono produrre sempre più merci e a<br />
costi<br />
sempre inferiori per battere la concorrenza. Questa necessità<br />
di<br />
crescere senza mai fermarsi è al tempo stesso la forza e la<br />
condanna<br />
del Capitale. Crescendo esso genera la condizione per il<br />
potenziale<br />
benessere di tutta l’umanità: una forza produttiva del lavoro<br />
che<br />
in epoca precapitalista, solo 150 anni fa, sarebbe stata considerata<br />
una utopia. Ma compiendo questo processo il capitalismo genera<br />
anche<br />
le cause del suo declino. Aumentando l’uso delle macchine, per<br />
accrescere produzione e produttività, restringe l’impiego del<br />
lavoro salariato, che è la fonte del plusvalore, e<br />
diminuisce di<br />
conseguenza il saggio del profitto: investire diviene sempre<br />
meno<br />
redditizio. Inoltre, il volume crescente della produzione va incontro<br />
a una sempre più grave sovrapproduzione: le merci<br />
restano<br />
invendute.<br />
La crescita capitalistica genera la crisi capitalistica.</p>
<p>Con<br />
l’inesorabile avanzamento della crisi i lavoratori di tutti i paesi<br />
sono ridotti alla povertà non per scarsità di mezzi<br />
adeguati a<br />
soddisfare i loro bisogni, come sempre è stato prima del<br />
capitalismo, bensì nel mezzo di una potenziale ricchezza mai<br />
storicamente realizzatasi: impianti industriali dalla enorme<br />
capacità<br />
produttiva fermi, magazzini colmi di merci invendute, stomaci<br />
proletari vuoti. Basterebbe far funzionare quelle fabbriche per<br />
soddisfare i bisogni dell’umanità. Ma ciò non è<br />
possibile perché<br />
non serve a realizzare profitto. Il capitalismo, da sempre inumano<br />
ma<br />
un tempo progressivo, si dimostra così anche reazionario.</p>
<p>In ogni<br />
azienda come in ogni paese la borghesia chiama i “propri”<br />
lavoratori a sacrificarsi per vincere la sua battaglia,<br />
rendendo<br />
più<br />
competitiva l’economia aziendale e nazionale, e cerca di<br />
convincerli che padroni e lavoratori “sono tutti sulla stessa<br />
barca”. Al contrario in questa guerra lo sconfitto è sempre<br />
il<br />
proletariato. I lavoratori, quando accettano di legare le proprie<br />
sorti a quelle dell’azienda o della patria, sono spinti in guerra<br />
fra di loro, oggi a colpi di salari più bassi e ritmi di lavoro<br />
più<br />
alti, domani a colpi di fucile e di cannone.</p>
<p>Il<br />
capitalismo è una lotta permanente fra Stati, gruppi industriali<br />
e<br />
finanziari, ciascuno in difesa dei propri profitti. La guerra<br />
è<br />
la<br />
prosecuzione di questa lotta coi mezzi idonei dettati dalla crisi.</p>
<p>E della<br />
crisi è la sola soluzione che conservi il capitalismo: distrugge<br />
le<br />
merci in eccesso, fra cui la forza lavoro; azzera i debiti dei paesi<br />
vincitori; sottomette la classe lavoratrice al massimo sfruttamento;<br />
conducendo i lavoratori al massacro fratricida sui fronti impedisce<br />
che la lotta sindacale per il soddisfacimento dei loro bisogni<br />
divenga lotta politica, ossia rivoluzione.</p>
<p>In tal modo<br />
la guerra consente l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione del<br />
capitale. Questo è il prezzo da pagare per il “ritorno alla<br />
crescita”, obiettivo che accomuna tutti i partiti votati alla<br />
conservazione di questo modo di produzione antistorico, che si dicono<br />
riformisti e sono invece tutti reazionari.</p>
<p>L’organizzazione<br />
dell’enorme capacità produttiva creata dal capitalismo al fine<br />
del<br />
soddisfacimento dei bisogni e non del profitto è presentata da<br />
questi partiti come una utopia. Essa invece, come spiegato su<br />
basi<br />
scientifiche dal marxismo rivoluzionario, è una<br />
possibilità<br />
materiale all’ordine del giorno della storia, come lo fu un secolo<br />
e mezzo fa lo sviluppo del capitalismo. I regimi nazionali<br />
capitalisti, pur di impedire questo progresso storico e conservare<br />
alla borghesia il potere politico e i suoi privilegi, hanno già<br />
dimostrato di essere pronti a condurre l’umanità intera nella<br />
più<br />
grande barbarie della storia.</p>
<p>Con queste<br />
cause e con questi effetti si sono combattute due guerre mondiali e<br />
si va preparando la terza. Il ciclo di forte espansione degli anni<br />
’50 e ’60, figlio dei 70 milioni di morti – quasi tutti<br />
proletari e contadini – della seconda guerra mondiale, si è<br />
esaurito nel 1973-’74, con la prima manifestazione della crisi<br />
attuale, da allora frenata col ricorso al debito, l’allargamento<br />
del mercato mondiale e l’aumento dello sfruttamento della classe<br />
lavoratrice, ma che, inesorabilmente, segue ad aggravarsi.</p>
<p>Per la<br />
preparazione della guerra, oltre alla produzione di materiale<br />
bellico, è indispensabile per la borghesia predisporre una<br />
propaganda ideologica per convincere gli sfruttati al fratricidio. La<br />
Prima guerra mondiale fu spiegata, da una parte come necessaria<br />
contro il militarismo tedesco, dall’altra contro un feroce Zar<br />
feudale. La Seconda sarebbe stata della democrazia e del socialismo<br />
contro il fascismo e il nazismo. Oggi si fa leva sullo “scontro di<br />
civiltà” e sul “terrorismo islamico”, ben pilotato<br />
dall’esterno, per dar fuoco alle polveri in Libia e Medio Oriente.</p>
<p>Ma il comune<br />
bersaglio dei passati e futuri fronti contrapposti è, in ultima<br />
istanza, il proletariato perché esso è la sola<br />
forza che<br />
può dare<br />
alla crisi una soluzione progressiva e non reazionaria, abbattendo<br />
con la rivoluzione il capitalismo e i suoi regimi politici. Solo la<br />
rivoluzione può impedire la guerra ed eliminare la sua causa<br />
materiale – il capitalismo – aprendo la via a una società in cui<br />
il lavoro sia finalmente emancipato dalle leggi del profitto, col<br />
superamento dell’ultima forma di schiavitù, quella del lavoro<br />
salariato.</p>
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