Architettura e anarchia.

 


Quella che segue è una recensione, scritta da Daniele Vazquez, di:

Jean-Pierre Garnier, Architettura e anarchia. Un binomio impossibile, Nautilus, Torino, 2016.

Prendiamo l’occasione per chiarire che non sempre la redazione condivide per intero le posizioni prese -e non sempre apprezza le tutte le opere citate- dagli autori che collaborano, o che vorranno collaborare, con la nostra rivista.

Pubblichiamo ciò che ci sembra possa essere utile al dibattito critico.


 

I due saggi dell’accademico Garnier sono qualitativamente differenti in modo imbarazzante, tanto da far pensare che siano stati scritti da due persone diverse. Il primo inizia mettendo a fuoco l’antinomia tra architettura e anarchia a partire dall’etimo arkhê, costatando che essa sia a priori irrisolvibile per poi chiedersi se non sia possibile una riappropriazione dell’architettura dal basso. È un’aporia. Metterla a questo modo significa non comprendere che uno dei termini non può realizzarsi senza che l’altro non soccomba. O si sopprime l’architettura o si sopprime l’anarchia. Chiamare l’architettura “arte di costruire” è poi davvero troppo, quanta sottile introiezione dell’ideologia del nemico in questo volenteroso saggio. Diciamolo una volta per tutte, se intendiamo l’architettura come simbolo dell’autorità con Garnier, essa come insieme di saperi specialistici e separati va soppressa, è inutile andare a cercare un’architettura dal volto umano, direi quasi naive, quella vernacolare, fino all’elogio osceno di Léon Krier. Se l’architettura contemporanea fosse stata considerata un processo di produzione con le sue prerogative e tuttavia comprensibile ed appropriabile nella lotta di classe come tutti gli altri allora il discorso sarebbe stato completamente diverso. E non è pensabile che questo piccolo saggio che accosta sagacemente la critica all’autocostruzione delle città diffuse -prodotto dell’autosfruttamento dell’individuo neoliberista-, invocando il postino Cheval, alla critica della gentrificazione e dei bobo in quanto pionieri, affascinati dal non-conformismo degli squat; la critica del recupero di Henri Lefebvre da parte di una piccola borghesia intellettuale alla critica dell’architettura partecipata, radicale fino all’autogestione finisca con queste parole: “Sogniamo comunque un mondo, e cerchiamo di realizzarlo, in cui gli uomini, diventati tutti artisti, possano ricominciare a creare invece di accontentarsi di lavorare e consumare, ammesso che sia possibile associare la soddisfazione ad attività di questo tipo”.  “Se ammesso che…” fosse riferito all’attività di artista potremmo chiudere un occhio. Ad ogni modo Garnier sogna un mondo in cui gli uomini siano diventati tutti artisti, e, quindi, tutti un po’ architetti, direi un incubo per chiunque conosca i danni che reca l’attività esclusivamente artistica all’individuo. Se l’ozio ti porta all’arte bene, altrimenti che si lasci libero ciascuno di farsi portare dall’ozio dove egli desidera.  Il sogno di Garnier è una piccola utopia totalitaria suo malgrado, ammesso che…  Quanto alla bellezza dei manufatti dell’autocostruzione, dei loro interni, delle architetture moderne e contemporanee,  de gustibus non est disputandum.  Ma del potere, delle modalità, dei rapporti di forza con cui si costruisce si può disputare eccome. Inoltre va rilevato come l’approccio di marxisti radicali e anarchici all’abitare sia completamente differente, non deve sorprendere la maturazione da parte dei marxisti di un certo disprezzo per i termini “abitare” e “abitante”. È tutta la tradizione marxista radicale, prima del postmoderno, che tende a rigettare questo modo di avvicinarsi alla questione delle abitazioni, fin dal noto testo di Engels (Engels, 1887). Il marxismo pensa il “radicamento al suolo” come un motivo di regressione spirituale e la mobilità, di contro, come un motivo di emancipazione. Per questa ragione i marxisti sono sempre stati contro la proprietà privata dell’abitazione e l’unica indicazione pratica che Marx ed Engels abbiano mai dato sull’argomento sia stata quella dell’occupazione degli edifici. Ed è altrettanto per questa loro posizione politica e socio-spaziale che si opposero alla proposta dei proudhonisti di riscattare la casa attraverso la trasformazione del pagamento del fitto in una rateizzazione. Non stupirà allora che nel secondo dopoguerra del XX secolo sia la Scuola di Francoforte che i Situazionisti fossero stati critici se non ostili al concetto di “abitare”. Adorno in un noto passaggio di “Minima Moralia” scrive: “A che punto siamo con la vita privata si vede dalla sede in cui dovrebbe svolgersi. «Abitare» non è più praticamente possibile, le abitazioni tradizionali in cui siamo cresciuti hanno preso qualcosa di intollerabile: …esse contrastano brutalmente ad ogni aspirazione verso un’esistenza indipendente, che del resto non esiste più” (Adorno, 1951: 27). Per Adorno “la casa è tramontata” (Adorno, 1951: 28) e “l’atteggiamento migliore, di fronte a tutto ciò, sembra essere ancora un atteggiamento di riserva e di sospensione: condurre una vita privata finché l’ordine sociale e i propri bisogni non consentono di fare diversamente, ma senza caricarla e aggravarla, come se fosse ancora socialmente sostanziale e individualmente adeguata. «Fa parte della mia fortuna – scriveva Nietzsche nella Gaia Scienza – non possedere una casa». E oggi si dovrebbe aggiungere: fa parte della morale non sentirsi mai a casa propria” (Adorno, 1951: 28-29).

Nei situazionisti e, in particolare, nei testi di Guy Debord sulla psicogeografia è ben individuabile un’opposizione dialettica tra un’etica dell’abitare e un’etica della deriva, un’opposizione sulla cui base Debord ha costruito le differenze disciplinari tra l’ecologia umana e la psicogeografia: l’una studierebbe la popolazione “basata” l’altra la popolazione in movimento continuo (Debord, 2006). Un autore contemporaneo che ha criticato la retorica dell’abitare e del risiedere è Jean-Luc Nancy. Ne “La città lontana” il filosofo francese scrive: “comunque si voglia o non si voglia intendere Heidegger, bisognerebbe evitare di confondere questo ‘abitare’ con la proprietà del ‘chez soi’ chiuso su se stesso, sui suoi ninnoli, sul suo quartiere, sulla sua città e sul suo angolo di campagna. Non si tratta di disprezzare il ‘chiuso’ e il ‘coperto’. Tutto dipende dallo spazio che apre. Si tratta di non confondere costantemente l’abitare con l’abitazione borghese” (Nancy, 1999: 27). E lo stesso Henri Lefebvre da “La produzione dello spazio” in poi rinnegherà le posizioni espresse in “Il diritto alla città” e criticherà duramente il concetto di “abitare” e “abitante”. Non solo: va rilevato come “abitare” sia un concetto molto amato, al contrario, dagli autori di destra: da Martin Heidegger a Carl Schmitt. Quanto alla questione sulla separazione tra città e campagna, in occidente e tendenzialmente in tutto il mondo sta già scomparendo con la dispersione urbana sotto la pressione dell’individualismo neoliberista.

Con il secondo saggio la musica cambia repentinamente, si tratta di “Uno spazio indifendibile. La pianificazione nell’epoca della sicurezza”. Eccellente discorso che dimostra come si possa scrivere sul controllo, il presidio e la privatizzazione dello spazio pubblico senza ricorrere a Foucault, scrivendo con chiarezza e semplicità, chiamando le cose con il loro nome. L’ Associazione Psicogeografica Romana, di cui chi scrive fa parte, ha sempre sostenuto che la definizione deterministica di psicogeografia di Guy Debord “Studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui” o restava un gioco o era destinata a diventare una scienza del controllo attraverso lo spazio. Il saggio di Garnier sullo “spazio difendibile” come “spazio la cui configurazione abbia lo scopo di facilitarne, la protezione, non contro gli incidenti o le calamità naturali, ma contro la piaga sociale rappresentata dalla delinquenza ‘urbana’ e, nuova categoria, l’inciviltà, ovvero tutti gli atti e i comportamenti giudicati contrari alle regole di condotta appropriate alla vita cittadina” (Garnier, 2016: 30) è una sorta di critica a una psicogeografia situazionista rovesciata, una critica che insiste piuttosto sull’influenza dei rapporti sociali di potere (rifacendosi a Castells). Con questa psicogeografia rovesciata si tratterebbe di farla finita con gli “spazi complici” che incoraggiano le attività delittuose: anfratti, vicoli ciechi, strade chiuse, “distese di prato davanti agli immobili occupati dai giovani sfaccendati”, atrii trasversali che facilitano la fuga, parcheggi sotto gli immobili e passaggi pedonali, corridoi, tetti-terrazzo, reti stradali labirintiche, etc., Spazzar via questi spazi con spazi aperti, accessibili, in cui sia ridotto l’isolamento, ma non troppo perché se troppo aperti si presterebbero ai “raduni di hooligans“, con la scusa di ridurre la ghettizzazione e la segregazione delle classi proletarie, con la scusa del “diritto alla città”, è in realtà un pretesto per creare uno spazio che faciliti l’intervento delle forze dell’ordine. Inoltre trasformare gli abitanti delle case popolari in proprietari li trasforma contemporaneamente in vigilanti del proprio territorio, portandoli a una sorta di autogestione del controllo sociale che permetta la sorveglianza e il contenimento del nemico interno: un “situazionismo repressivo” nelle parole di Garnier. L’anarchico francese intercetta nel primo lustro degli anni zero un fenomeno emergente che diverrà dilagante: quello dei precari reclutati come “assistenti alla sicurezza”, “agenti locali di mediazione sociale”, “agenti d’ambiente”, “corrispondenti notturni”, eccetera, che rende oggi obsoleto il suo discorso sulla presenza di sentinelle ufficiali sul territorio. Inoltre sì vi sono telecamere dappertutto, ma sono obsolete anch’esse, oggi il controllo passa ovviamente per gli smartphone. Garnier critica questo determinismo spaziale del potere: è il nuovo modello fondato sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro e lo smantellamento del welfare da parte del capitalismo globale che determina le condotte delittuose. Tale riflessione si è dimostrata esatta e di conseguenza riteniamo che il capitale globale non riuscirà mai a controllare le città attraverso la complicità di architetti e urbanisti. Inoltre, riteniamo che affermazioni come quella, ad esempio, di Bonanno: “Non esiste uno spazio liberato, parziale o circoscritto o una zona ecologicamente salvaguardata. Il capitale pervade tutto e dove non arriva con i suoi aspetti inquinanti o modificativi, arriva con i soldati o con i turisti” (Bonanno, 1990: 48) siano solo parzialmente condivisibili perché ragionamenti del genere non sono di alcuna utilità, gli “spazi complici” si ricreano continuamente dappertutto, e l’abitudine a ritrovarsi sempre negli stessi luoghi è controproducente, non ci si può lamentare se prima o poi vengono colonizzati. Il capitale non riuscirà mai ad eliminare gli spazi complici, anzi abbiamo bisogno di mappe psicogeografiche in continuo aggiornamento di tali spazi per il presente e per il futuro.

 

Daniele Vazquez

L’immagine Cortometraggio 3 di 3, è di Tullio Corda.


Bibliografia di riferimento:

 

Adorno T. W., Minima Moralia, Einaudi, Torino, 1974 [1951].

 

Bonanno A. M., Affinità e spazio, Opuscoli di “Anarchismo”, serie seconda, n. 36, Catania, 1990.

 

Bordiga A., “Spazio contro cemento”, in Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Iskra, Milano, 1978.

 

Debord G.-E., Oeuvres, Gallimard, Paris, 2006 .

 

Garnier J.-P., Architettura e Anarchia. Un binomio impossibile. Nautilus, Torino, 2016.

 

Engels F., La questione delle abitazioni, Riuniti, Roma, 1971 [1887].

 

Lefebvre H., Il diritto alla città, Marsilio, Padova, 1970 [1968].

La produzione dello spazio, Moizzi, Milano, 1976 [1974].

 

Nancy J.-L., La città lontana, Ombre corte, Napoli, 1999.

 

 

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Daniele Vazquez

Vive a Roma. È antropologo urbano, scrittore e dottore di ricerca in urbanistica (Università IUAV di Venezia). Tra i primi aderenti al Luther Blissett Project, nel 2000 partecipa al suo seppuku producendo sotto lo pseudonimo Associazione Psicogeografica Romana il disco The Open Pop Star (Wot4 records), cui partecipano esponenti nel Neoismo, della net.art e di aliensinroma. Ha fondato e fatto parte di numerosi gruppi anti-artistici, attivisti e di ricerca indipendenti sulle forme-di-vita urbane, tra i quali Rizoma Autogestione Metropoli, Men in Red, occuparespazinterni, Dipartimento Arte e Propaganda, luoghisingolari.net. Ha pubblicato contributi per diversi libri e articoli per numerose riviste tra le quali Infoxoa, Drome magazine, NIM magazine, Basic Income Network, Arch’it, Artapartofcult(ure), Archivio di Studi Urbani e Regionali (ASUR) e Critica degli Ordinamenti Spaziali (CRIOS). Ha pubblicato nel 2010 il volume Manuale di Psicogeografia (edizioni Nerosubianco), nel 2012 il romanzo di fantascienza La comunità dei sogni (edizioni Gilgamesh), nel 2015 il volume La fine della città postmoderna (Mimesis Edizioni).