Écologie ou économie, il faut choisir. Intervista ad Anselm Jappe

Pubblichiamo qui un’intervista rilasciata da Anselm Jappe alla rivista on-line “Marianne”, dove si parla del suo ultimo libro, Écologie ou économie, il faut choisir [it.: Ecologia o economia, bisogna scegliere], apparso in Francia per le edizioni L’Echappée nel novembre ‘25.
In questo testo, Jappe sottolinea la necessità di uscire radicalmente dal sistema sociale capitalistico in quanto, nei fatti, incompatibile con la vita sulla terra. A causa dell’imperativo della crescita infinita e dell’accumulo monetario, il capitale non conosce limiti, e non può che condurre alla devastazione della natura e del corpo sociale, all’interno di questa logica niente più che funzioni da sfruttare per l’aumento del capitale stesso.
Rimane aperta, ancora una volta, la questione del “che fare”, o forse, meglio ancora, del “come fare”, e in che direzione muoversi per uscire da questa impasse folle e criminale. La “semplicità volontaria”, a cui accenna Jappe nella parte finale di questa intervista, potrebbe essere la strada maestra, o rischia di essere l’ennesimo cul de sac, che ci conduce nell’ennesima riserva indiana – sempre che ce lo permettano? Un passaggio “indietro” verso una vita più semplice apre veramente uno spiraglio di liberazione, o è tutt’al più una “ideologia dei ‘buoni sentimenti’ per sinistre disorientate”, per dirla con Robert Kurz? Occorre cioè soprattutto cambiare mentalità e guardare, per un futuro liberato dalla pazzia capitalistica, ad un percorso di sobrietà e rifiuto del consumo, magari insieme ad una critica all’ortodossia tecnologia, oppure è preferibile concentrarsi su “un nuovo paradigma di pianificazione sociale, oltre il mercato e lo Stato, il valore e il denaro”, sempre per riprendere il Kurz di poco prima? O, forse, le due cose insieme?
Risposte chiare e sicure a queste domande non ne abbiamo, e probabilmente è meglio così. Sarebbe il caso che fosse l’intelligenza collettiva a porsi questo tipo di questioni, e a trovare una soluzione che sappia aiutarci a dare una spallata a questa gabbia impazzita e inferocita che si chiama capitalismo. L’alternativa con ogni probabilità non esiste: la direzione presa da questa struttura sociale, questa sì parrebbe piuttosto chiara e sicura, è sfracellarsi contro un muro, non prima certo di aver ridotto il mondo in rovine e il corpo sociale alla disperazione.
Buona lettura.

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Anselm Jappe : “L’economia capitalistica è strutturalmente cieca rispetto alle conseguenze e agli effetti secondari che produce
-intervista a cura di Kévin Boucaud-Victoire, originariamente pubblicata il giorno 08/12/2025 sul sito “Marianne.net“-

Nel suo ultimo saggio, “Ecologia o economia, bisogna scegliere”, il filosofo Anselm Jappe spiega in che modo la conservazione del sistema economico attuale è incompatibile, a suo avviso, con la salvaguardia delle condizioni della vita sulla Terra a lungo termine.
Capitalismo ed ecologia sono compatibili? Il dibattito infuria ormai da molti decenni. Per alcuni, un “capitalismo verde” è possibile, per altri il capitalismo, a causa della logica del “sempre di più” che gli è propria, è la causa della crisi ecologica.
Filosofo specializzato nel pensiero di Karl Marx, appartenente alla corrente della “Critica del Valore”, la quale opera una interessante rilettura di certe categorie del pensatore comunista (come il “valore”, la “merce” o il “lavoro”), Anselm Jappe fa parte dei secondi. In
Economia o ecologia: bisogna scegliere, spiega come la salvaguardia della vita sulla Terra esiga soluzioni radicali, che la maggior parte dei movimenti attuali non prende in considerazione.

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Marianne: Tu identifichi l’economia con il capitalismo… Perché?

Anselm Jappe: Se per “economia” si intende il semplice fatto che l’essere umano deve attivarsi per trarre dalla natura quello che gli serve per vivere, si tratta di una ovvietà che non richiede particolari precisazioni. Se invece si comprende l’“economia” come una sfera separata della vita, dove si tratta soprattutto di moltiplicare la produzione, nello specifico le somme di denaro investite, scollegando questa produzione da altre sfere della vita, quali il gioco, il rituale, la vita comunitaria e familiale, e abolendo ogni limite morale, religioso o di coesione sociale alla ricerca del profitto, allora l’economia è un fatto piuttosto recente: nasce essenzialmente nel XVIII secolo, in concomitanza con la rivoluzione industriale.

Ormai la sfera produttiva non esiste per servire scopi altri da sé, come in tutte le società precedenti, ma è diventata il centro dell’esistenza, e ad essa sono subordinati tutti gli altri aspetti. È dunque stato il capitalismo a trasformare l’economia da funzione ausiliare a fine supremo della società. Quasi tutte le forme di pensiero moderno hanno partecipato alla definizione dell’uomo come homo oeconomicus, persino il marxismo. Sono state piuttosto la storia e l’antropologia a mostrare il carattere storicamente eccezionale dell’“orrore economico”, come lo definiva Rimbaud.

M.: In che cosa questo sistema è incompatibile con l’ecologia?

A.J.: In una società basata sull’economia – dunque, nel capitalismo – la produzione stessa non ha altra funzione che quella di trasformare il capitale investito in una somma maggiore, grazie al lavoro produttivo inteso nel senso del capitalismo. Come si raggiunga questo fine, non ha importanza: che si producano giocattoli o bombe, dipende solo dal valore e dal plusvalore che rappresentano, dunque dal profitto realizzato. Ma non si tratta, come spesso si pensa, di una questione morale. I capitalisti non agiscono come agiscono perché sono persone malvagie, accecate dall’avidità (anche se questo evidentemente ci può stare), ma perché l’onnipresente concorrenza li costringe a massimizzare i profitti e ridurre al massimo i costi. L’economia capitalistica è strutturalmente cieca rispetto ai contenuti della produzione, alle sue conseguenze, ai suoi effetti secondari.

Essa ha dovuto talvolta fare delle concessioni alle esigenze del “materiale umano” – alla forza-lavoro – quando questo ha saputo difendersi. Ma le basi naturali della vita non hanno dei veri e propri difensori, e sono le prime ad essere sacrificate quando la competizione fra imprese, fra settori dell’economia e fra Stati rende la redditività a breve termine il solo criterio. Per lungo tempo si è voluto credere che lo Stato, come istituzione, fosse capace di contenere questa guerra perpetua nel campo economico. Ma si vede ora come gli Stati si trovino in una situazione di dipendenza strutturale verso l’economia, fosse solo perché lo Stato, se non incassa le imposte, non è più niente.

M.: Il regime sovietico e quello maoista non hanno fatto molto meglio in materia d’ecologia…

A.J.: Certo che no! In quanto parenti poveri del capitalismo occidentale, che hanno provato a dar vita ad una “modernizzazione di recupero” per industrializzarsi quanto più velocemente possibile, e che hanno riprodotto le categorie essenziali del capitalismo, quali il valore di scambio, il denaro e il lavoro, questi regimi hanno potuto ancor meno dei loro concorrenti occidentali “permettersi” di fare dei torti alla ragione economica in nome di una cosa come l’ecologia, che per di più era pure considerata una preoccupazione “borghese”.

M.: In cosa gli scritti di Marx ci aiutano a pensare la crisi ecologica?

A.J.: Si sente spesso dire che Marx fosse affascinato dall’industria e dal progresso, e non prendesse mai in considerazione il ruolo della natura e della sua preservazione. Ma questo è vero solo in parte. All’interno di un quadro teorico che concepisce globalmente lo sviluppo delle forze produttive come il presupposto dell’emancipazione sociale, si trovano, in particolare negli scritti tardivi di Marx, alcune osservazioni sul loro lato distruttivo. Certi marxisti contemporanei vi fanno ampio riferimento. Nonostante ciò – ed è questo un aspetto che ho sottolineato molto nel mio libro, perché viene menzionato raramente – è proprio sviluppando il nucleo della teoria marxiana, ben al di là della lettera dei suoi testi, che è possibile trarre delle conseguenze sul piano dell’ecologia. Egli analizza la doppia natura del lavoro, astratta e concreta, e dimostra che soltanto la pura dimensione temporale del lavoro, senza riguardo per il contenuto – quello che chiama “lavoro astratto” – dà luogo al valore, che è il solo fine del processo di produzione capitalistico, poiché il valore viene rappresentato nel denaro.

È questo un processo che si dispiega nella forma di un automatismo, quello che Marx chiama “feticismo della merce”: gli esseri umani credono che tutto dipenda dal movimento delle merci, rispetto al quale si sentono impotenti. Ma l’economia è, in ultima analisi, il risultato delle azioni umane, anche se è sfuggita al controllo. Così la società si avvia, con la crisi ecologica, alla propria distruzione, ma si ritrova incapace di fermare questa corsa vero l’abisso, di cui è nonostante tutto più o meno cosciente. Inoltre, Marx dimostra che è solo il lavoro vivo, il lavoro al momento della sua esecuzione, che crea il valore, mentre l’impiego di tecnologie non aggiunge alcun valore supplementare.

M.: Puoi spiegarci meglio?

A.J.: L’aumento continuo del ruolo delle tecnologie all’interno della produzione, dall’inizio della rivoluzione industriale – che praticamente la definisce in quanto tale – mette in crisi, in linea di principio, la creazione di valore, perché ogni merce particolare ne contiene sempre meno, a causa della diminuzione del lavoro vivo necessario per la sua produzione. La risposta è stata, nel corso dello sviluppo del capitalismo, l’aumento quantitativo delle merci, in modo che una quantità maggiore di esse, contenenti ciascuna solo poco lavoro, e dunque poco valore, compensasse le perdita di valore di ogni merce.

Ma questa quantità maggiore di merci, anche se riuscisse a rallentare la caduta della massa di valore, ha bisogno di una quantità maggiore di risorse e di energia. Mille vetture prodotte oggi, grazie ai robot, contengono forse tanto lavoro vivo quanto cento in passato, ma consumano, grosso modo, dieci volte energia e risorse più di cento vetture. La fuga in avanti continua del sistema economico, la sua fame di crescita infinita, non dipendono da strategie sbagliate, da cui potremmo ritirarci, restando nel quadro globale del capitalismo, semplicemente con un atto di buona volontà o intervenendo politicamente.

M.: A leggere quanto scrivi, la “lotta di classe” è tuttavia inefficace: i dominati sarebbero solidali con il sistema capitalista tanto quanto i dominanti. In che senso?

A.J.: La società capitalistica non può, o non può più, essere considerata come una semplice oppressione dei poveri da parte dei ricchi, e dei popoli da parte delle élite. In due secoli, essa è riuscita praticamente a distruggere tutte le altre forme di socialità, e a rendere impossibile qualsiasi vita che non si dia entro la cornice del lavoro, del denaro, dello Stato e del consumo di merci. Anche se, è evidente, i vantaggi e gli svantaggi di questo tipo di vita sono distribuiti in modo molto ineguale, tutti devono assicurare la propria esistenza appropriandosi di una porzione di valore economico, sia che lo facciano lavorando o che lo facciano sfruttando il lavoro altrui. Anche il salariato, il beneficiario di prestazioni sociali, il migrante clandestino etc., ognuno ha interesse a che la macchina continui a girare e, se necessario, anche a detrimento dell’ecologia. Persino il capitalista riconosce il pericolo che la distruzione della natura fa correre a tutti, ma il suo interesse immediato lo spinge a sostenere politiche che portino a sacrificare tutto sull’altare dell’economia. Potremmo persino dire che trarre vantaggio dalla situazione economica sia una condizione, individuale, per poter sfuggire alla catastrofe ecologica, per esempio acquistando un climatizzatore, procurandosi cibo sano o andando a vivere in luoghi non troppo inquinati.

M.: Tu pensi che la sola soluzione a tutto questo non possa che essere radicale. Cioè?

A.J.: Nessun miglioramento è possibile restando all’interno della logica statuale ed economica. Questa affermazione non è il risultato di una propensione per un radicalismo astratto, ma la conseguenza che non possiamo non trarre dopo lo smacco subito dalle “transizioni ecologiche” e dai “patti verdi”. Se intorno al 2019 sembrava esistere una sorta di accordo sociale intorno a quel tipo di programmi, adesso di tutto questo non resta niente. A fronte dell’aggravarsi della competizione economica mondiale, e dei venti di guerra che essa provoca, si assiste ad un “si salvi chi può”, da cui traggono profitto le estreme destre, mentre i governi di ogni colore si sono velocemente allineati sulle stesse posizioni. Tutto ciò ci aiuta quantomeno a chiarire le cose: il capitalismo non è più riformabile, non può essere “verde” più di quanto non possa più essere “sociale”.

Inoltre, gran parte delle proposte che vanno sotto il nome di “ecologia” consiste in tecnologie che vogliono semplicemente rimpiazzare una fonte di energia con un’altra, come nel caso delle auto elettriche, o dei pannelli solari. Di fronte al tentativo di salvare il capitalismo, e il suo carattere energivoro, ancora più che alle tecnologie, sarebbe necessario ripensare radicalmente i nostri stili di vita, la nostra idea di felicità, il nostro rapporto con le cose. Le idee della decrescita, della semplicità volontaria, di vivere con meno, del rifiuto del consumo a oltranza continuano a diffondersi, ed è questo cambiamento di mentalità, e soprattutto la sua traduzione in azioni collettive, che può costituire forse la nostra unica via di salvezza.

(traduzione di Massimo Maggini)

Anselm Jappe

Anselm Jappe (1962) filosofo di origine tedesca, ha studiato a Roma, dove si è laureato con Mario Perniola, e a Parigi. Insegna Estetica all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Ha tenuto conferenze in molte Università europee e latinoamericane. Ha pubblicato nel 1993 la prima monografia su Guy Debord e ha continuato ad occuparsi dei situazionisti. È uno dei maggiori interpreti della «critica del valore».

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