Presentiamo qui il primo capitolo della sezione I de Il libro nero del capitalismo di Robert Kurz, un testo di notevole impatto, uscito in Germania nel 1999, che suscitò sin da subito un grande interesse. L’edizione italiana è in preparazione oramai da più di un decennio, e speriamo che la pubblicazione di questo primo capitolo possa rappresentare un viatico per sbloccare questa faticosa impasse.1
Il libro nasce anche come contraltare all’allora imperante narrazione sulla fine del comunismo,2 dopo che, dall’89 in poi, sembrava che gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale propri del pensiero comunista fossero ormai stati sconfitti dalla storia stessa (e, quindi, da riporre in soffitta o, meglio ancora, gettare in un più moderno inceneritore).
Robert Kurz aveva già risposto, da par suo, a questa lettura miope ed univoca, con un altro testo di grande spessore, Il collasso della modernizzazione.3 Qui Kurz metteva in chiaro come il crollo dei socialismi reali dell’est non rappresentasse la sconfitta degli ideali comunisti, e insieme la fine della possibilità non solo di progettare, ma financo pensare una uscita dal sistema del capitale, ma, proprio al contrario, un segnale significativo e quantomai pericoloso di crisi del sistema-mondo capitalistico, di cui i regimi dell’est, presuntamente “alternativi” ad esso, facevano parte a pieno titolo.
La possibilità di un “altro” dal capitalismo, dunque, permane. Anzi oggi, più che possibile, questo “altro” appare essere sempre più necessario, nella misura in cui il capitale, nella sua folle quanto scomposta corsa verso un accumulo di valore sempre più improbabile, devasta letteralmente i continenti, lasciando più che mai dietro di sé morte e distruzione, persino anche negli una volta (apparentemente) sicuri e intoccabili centri capitalistici di un occidente sempre meno benestante.
Sorge, però, spontanea la domanda su come possa prendere forma e materialità questo “altro” sempre più urgente. Sembra in effetti un circolo vizioso, da cui è difficile uscire: si predica la necessità di andare oltre il capitalismo, ma non riusciamo mai ad indicare con un minimo di chiarezza “progettuale” in che direzione possa darsi questo passaggio.
Forse, se non possiamo dirlo in positivo, è possibile provarci “in negativo”, un po’ alla maniera della “teologia negativa”. Proviamo dunque a domandarci cosa l’“oltre-capitalismo” non debba essere.
Lo stesso Kurz, che pure, come suo solito, anche nel presente testo attacca frontalmente – e con giusta ragione – il sistema del capitale, ci dà forse proprio nel capitolo qui tradotto, indirettamente e immagino inconsapevolmente, qualche suggerimento. Per esempio, quando afferma quanto le scienze abbiano enormemente accellerato lo sviluppo delle forze produttive, o come la modernizzazione abbia accresciuto le potenzialità umane, più o meno in ogni campo, oppure come l’economia di mercato abbia scatenato forze che vanno oltre se stessa, e che essa non è in grado di gestire né di controllare. Pare cioè riconoscere – un vecchio vizio marxista – al sistema del capitale un apporto nonostante tutto positivo ma non ancora realizzato in quanto tale, che avrebbe diciamo così solo bisogno di essere capovolto nel suo lato “buono” per dare vita ad un “mondo migliore”. Il capitalismo sarebbe, allora, una sorta di Giano bifronte, o una specie di una lastra fotografica, della quale fino ad oggi abbiamo osservato solo il lato “oscuro”.
La domanda qui è: siamo sicuri che, nonostante tutto, il capitalismo, pur con tutti i suoi orrori e le indicibili sofferenze che ha causato all’umanità e al mondo, abbia comunque portato – o comunque abbia in sé – qualcosa di buono, un “progresso”, per usare una parola tanto cara al capitalismo stesso? Oppure, lo stesso Kurz, nonostante le buone, anzi ottime, intenzioni, rimane invischiato nelle insidiose trappole proprie della narrazione capitalistica? Si tratterebbe così, “dialetticamente”, di un apporto sia pure “indirettamente” benefico, quello che la “modernità capitalistica” (un pleonasmo, probabilmente) ha apportato, un contributo di cui fino ad ora abbiamo visto solo la faccia “oscura”, e che aspetterebbe semplicemente di essere “redento” (dal proletariato?) e così mostrare la sua vera faccia – quella che permetterà (permetterebbe) all’umanità di emanciparsi dai lacci e lacciuoli delle costrizioni legate al rapporto “metabolico” con la natura? Oppure proprio qui si annidano i più letali inganni e la più temibile trappola? È forse proprio questo inganno che il “passaggio oltre” l’epoca del capitale deve evitare, il “non” verso cui fare attenzione?
In altre parole, il post-capitalismo dovrà avere come capisaldi quegli stessi che hanno reso solido il capitalismo, potrà venerare la scienza come gli idola baconiani, potrà ancora poggiare su una fede indiscussa e indiscutibile sulle sorti progressive dell’umanità, o avrà piuttosto sempre più bisogno di uno sguardo critico, anche e soprattutto sui dogmi intoccabili della modernità?
Lo stesso Kurz, alla maniera di Marx, occhieggiando ai “benefici nascosti” del sistema del capitale, non paga piuttosto lo scotto delle credenze illuministe, che peraltro altrove critica aspramente, ma che invece evidentemente lavorano sottotraccia e per le quali il capitalismo rimane comunque un “progresso” che ha portato buoni frutti, sia pure in un contesto bacato (ma tolto il baco…)? Questa fissazione teleologica della sinistra, e comunque della modernità (della quale la sinistra è figlia), per la quale l’umanità dovrebbe “svilupparsi” all’interno di un percorso “progressivo” che porti verso un presunto “meglio”, dove nasce, quando nasce? E, sarebbe un meglio rispetto a quale “peggio”? Quale interpretazione del mondo si cela dietro questo paradigma, che tanti danni ha fatto a qualsiasi ideale di “liberazione”?4
“Come è stato possibile un così drastico declino sociale rispetto a tutti i secoli conosciuti dell’antichità e del Medioevo, nonostante le crescenti conoscenze scientifiche?” chiosa Kurz alla fine di questo capitolo, lamentandosi della caduta in verticale delle condizioni di vita dei popoli durante l’ascesa del capitalismo. La domanda successiva, qui, potrebbe però essere: forse proprio quest’ultime hanno contribuito in modo decisivo a determinare questo declino? Una domanda che, crediamo, meriterebbe una attenta riflessione, possibilmente non preconcettuale né ideologica.5
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Modernizzazione e povertà di massa
Che l’economia di mercato avrebbe fondamentalmente prodotto un “benessere crescente”, è solo l’ultimo pietoso residuo di una ottusa coscienza storica, una leggenda secondo la quale, prima della modernizzazione capitalistica, l’umanità avrebbe languito nella miseria.
In realtà, per la grande maggioranza della popolazione mondiale è vero esattamente il contrario.
È indubbio che il capitalismo abbia scientificizzato le forze produttive e ne abbia accelerato enormemente lo sviluppo. Tuttavia, curiosamente l’aumento del benessere è stato sempre solo temporaneo, e limitato a determinati segmenti sociali e regioni del mondo. Questo perché il capitalismo è un gioco brutale tra vincitori e vinti, il cui carattere totalitario ha come posta in gioco l’esistenza stessa delle persone, sia sociale che fisica, e fin dall’inizio ha prodotto più perdenti che vincitori.
Il bilancio complessivo non è solo negativo, è disastroso. In seguito alle loro ricerche, alla fine degli anni ’70, lo storico dell’economia Immanuel Wallerstein e il suo team del Fernand Braudel Center for the Study of Economics della State University di New York sono arrivati alla conclusione che “contrariamente a quanto comunemente si creda, a lungo termine il benessere del sistema mondiale e della totalità della forza lavoro globale tende a diminuire” (Hopkins/Wallerstein 1979, 184 ss.). Ciò può apparire ancora sorprendente e incredibile agli occhi del consumatore seriale, l’«uomo delle zone pedonali» (per dirla con Diedrich Diederichsen)6 dell’Europa centro-occidentale – sebbene il suo tenore di vita sia da tempo in fase calante. Ma «bilancio complessivo» significa innanzitutto che non si deve considerare solo il recente passato della storia del dopoguerra, con il suo elevato tasso di consumo, tanto gratificante quanto temporaneo, ma la storia della modernizzazione nel suo complesso, comprese tutte le generazioni che l’hanno attraversata. In secondo luogo, è ovvio che non si possono prendere in considerazione solo gli abitanti del Nord altamente industrializzato e post-industrializzato, ma in questo bilancio si deve includere l’intera popolazione mondiale, che conta miliardi di persone, con le loro reali condizioni di vita.
In terzo luogo, è del tutto inammissibile utilizzare, come indicatore, il reddito pro-capite in dollari, come fanno abitualmente, anche con una certa malafede, le istituzioni nazionali e internazionali, sia nelle ricerche storiche che nelle indagini sul presente. Questo valore medio astratto, infatti, ignora completamente il fatto che l’economia di mercato ha in sé la tendenza a polarizzare la società. Questa tendenza è stata mitigata per brevi periodi solo in pochi paesi vincitori, e oggi sta nuovamente irrompendo senza freni anche in questi ultimi. Basarsi su una media statistica come misura del benessere sociale, da un lato di fronte a una ricchezza oscena e dall’altro di fronte a un impoverimento, se non alla miseria, di massa, significa ignorare la realtà sociale. Se, ad esempio, la soglia di povertà è fissata a un reddito mensile di 100 dollari e 99 persone su 100 devono sopravvivere al di sotto di questa soglia con 90 dollari al mese (o 1080 dollari all’anno), mentre un’unica persona su cento guadagna 5 milioni di dollari all’anno, il «reddito pro capite medio» sarebbe di oltre 51.000 dollari all’anno e si dovrebbe considerare quel centinaio di persone “in media” tra i più fortunati della terra. Questo esempio fittizio non è poi così lontano dalla realtà, sia storica che presente, della meravigliosa economia di mercato, anche se le statistiche sulla distribuzione complessiva e sulla salute della “classe media” variano notevolmente a seconda del paese e dell’epoca.
Infine, come è risaputo, i costi della distruzione ecologica causata dal sistema di mercato globale non vengono affatto presi in considerazione, se non addirittura accolti come fattori positivi nel prodotto nazionale lordo; ad esempio, i costi degli incidenti stradali e delle loro conseguenze, dell’inquinamento del suolo e dell’acqua, dell’inquinamento atmosferico, ecc. (così come, tra l’altro, la gestione capitalistica della povertà) appaiono come “reddito”. Una parte non trascurabile dell’umanità capitalista si guadagna da vivere grazie ai danni causati dal sistema. Per non parlare del fatto che la voracità dell’economia di mercato nel corso della sua storia ha tagliato ogni accesso gratuito alle ricchezze naturali e, con la «privatizzazione del mondo», ha subordinato l’intero rapporto dell’uomo con la natura alle condizioni della compra-vendita.
L’economia di mercato rende poveri
Che il capitalismo renda ricchi alcuni, mentre impoverisce la massa, è un fatto storico. Sin dal XVI secolo, agli esordi del capitalismo, così come nel quarto di millennio che va dal 1750 ad oggi, la stragrande maggioranza dell’umanità ha vissuto in condizioni peggiori rispetto al XIV e XV secolo, sotto quasi tutti i punti di vista. Tutti quelli che oggi parlano di «assenza di alternative» rispetto all’economia di mercato (fra cui, dopo il crollo del socialismo di Stato, anche una gran parte della sinistra) appartengono alla minuscola e sempre più risicata minoranza storica dei vincitori (relativi) e agli ideologi cinici che giustificano una forma di società tanto assurda quanto disumana.
Questo cinismo non viene nemmeno più dissimulato. Coloro che si ammantano di «realismo», lo giustificano oramai apertamente. Essi sono diventati socialmente e storicamente autistici, e non ammettono altra realtà che la loro. Parlano di povertà solo relativamente alle condizioni determinate dall’economia di mercato, quindi, nel migliore dei casi, nel senso di una regolamentazione tecnocratica. Ma la storia prima o poi presenta il conto, e proprio per questo motivo è importante girarlo a questo sistema e ai suoi apologeti, conto che prima o poi dovranno pagare.
Sin dall’inizio fu miseria di massa, generata dal primo capitalismo. Già agli esordi della modernità, prima dell’industrializzazione, l’Europa intera si era trasformata in un inferno dantesco, con un impoverimento senza precedenti nella storia, sia per intensità che per estensione, paragonabile solo alla situazione dell’Africa odierna (anch’essa un terribile prodotto del capitalismo). Per quanto incerte e lacunose possano essere le statistiche al proposito, le scienze sociali sono in grado oggi di fornire indicazioni ragionevolmente fondate sulla struttura sociale incredibilmente eterogenea del capitalismo preindustriale nel XVI, XVII e XVIII secolo:
Nella Spagna del XVI secolo, le classi sociali più abbienti (che includevano nobili, vescovi e appartenenti alle libere professioni, in tutto tra il 5 e il 7% della popolazione, e artigiani autonomi, che erano un ulteriore 10-12%) costituivano circa un quinto della popolazione, mentre il restante 80% era in povertà. Alla fine del XVII secolo, Gregory King fornì un resoconto dettagliato della distribuzione della ricchezza in Inghilterra […] Anche qui, i ricchi formavano solo una piccola parte della società, mentre i poveri circa il 50%, metà dei quali vegetava in una spaventosa povertà cronica. Nello stesso momento, […] anche quasi la metà della popolazione francese viveva in condizioni di povertà. All’inizio del XVIII secolo, secondo le stime, nelle proprià ecclesiastiche vivevano in Germania 50 ecclesiastici e 260 mendicanti ogni 1.000 abitanti, mentre Colonia, che all’epoca aveva una popolazione di 50.000 abitanti, presumibilmente di mendicanti ne aveva circa 20.000. (Minchinton 1983, 60)
Il declino del benessere materiale causato dalla modernizzazione basata sull’economia di mercato, per non parlare del declino del benessere immateriale attraverso la disintegrazione dei legami sociali autonomi, è un tema ricorrente che si ripresenta, nel corso del tempo, negli studi di storia sociale ed economica, ma raramente viene affrontato in modo sistematico e in tutta la sua gravità.
Sembra comunque oramai certo che l’orario di lavoro imposto alle masse, durante la storia della modernizzazione, sia aumentato in modo esorbitante rispetto a tutte le società precapitalistiche. Secondo Immanuel Wallerstein, diversi storici sociali hanno scoperto, sulla base di documenti medievali, che nell’Inghilterra di allora una giornata lavorativa durava «dall’alba a mezzogiorno» e che un aspetto importante del cosiddetto sviluppo dell’economia di mercato può essere individuato sin da molto presto nel “graduale allungamento dell’orario di lavoro in agricoltura” (Wallerstein 1986/1974, 75 ss.). Da un decreto del re Venceslao II del 1300 risulta che la durata del turno nelle miniere boeme era di 6 ore al giorno, come dimostra una raccolta di documenti sulle questioni relative all’orario di lavoro (Otto 1989, 33). Analogamente, lo storico sociale Wilhelm Abel giunge alla conclusione che, confrontando il tenore di vita dei lavoratori edili «nel tardo Medioevo […] si possono ipotizzare due giorni festivi alla settimana», mentre nel 1800 i lavoratori della stessa categoria non solo lavoravano un giorno in più, ma a causa dei salari più bassi dovevano addirittura «integrare il loro reddito con lavori occasionali la domenica e nei giorni festivi» (Abel 1981, 63).7 Ancora oggi, nonostante tutte le riduzioni dell’orario di lavoro duramente conquistate (e attualmente in fase di dismissione…), i lavoratori dipendenti, anche nei paesi capitalistici più avanzati, lavorano più a lungo e più intensamente della maggior parte dei servi della gleba del Medioevo.
La stessa tendenza negativa si riscontra nella riproduzione materiale, oggi definita nella terminologia capitalista come “salari reali”. Nella storiografia sociale, questi vengono generalmente espressi in grano, in coerenza con l’unità di misura dell’epoca. Wilhelm Abel giunge ad una conclusione sconcertante nel suo confronto tra il XIV e l’inizio del XIX secolo:
Per il tardo Medioevo è stato preso in esame un falegname di Würzburg, mentre per gli anni intorno al 1800 un muratore di Berlino, pagati con un salario equivalente. […] Secondo un’ordinanza di polizia del 1387, sotto la quale certamente non si andava (piuttosto, si andava sopra), il falegname di Würzburg doveva ricevere un salario giornaliero pari a circa 26 kg di segale. Ciò significa, considerando due giorni di riposo a settimana, 18,6 kg di segale per il consumo giornaliero. Il muratore di Berlino riceveva, nel 1800, l’equivalente di 6,7 kg di segale al giorno lavorativo, che coincideva adesso con il suo consumo giornaliero. (Abel, ibid., 63)
Un «aumento del benessere» davvero grandioso, dopo secoli di modernizzazione guidata dell’economia di mercato. Bisogna essere veramente ingrati per non apprezzare la qualità di questo «progresso», che ha ridotto il salario reale di quasi un terzo. Gli storici economici e sociali giungono alla stessa conclusione per altri paesi. Sulla base dei dati forniti dallo storico dell’agricoltura Slicher van Bath, Wallerstein ha compilato una tabella rivelatrice relativa al salario reale giornaliero di un falegname inglese (in chilogrammi di grano) dal XIII al XIX secolo:
Salario reale
1301-1350 94,6
1401-1450 155,1
1601-1650 48,3
1701-1750 94,6
1751-1800 79,6
1801-1850 94,6
(fonte Wallerstein 1986/1974)
È veramente una beffa: nel glorioso XIX secolo, quello dell’industrializzazione, il tenore di vita raggiungeva a mala pena il livello dell’alto Medioevo, senza avvicinarsi nemmeno lontanamente allo standard tardo-medievale del XV secolo. L’intera storia del primo capitalismo è caratterizzata da un forte calo del tenore di vita. Eppure abbiamo qui a che fare con un paese appena diventato la prima potenza mondiale e con un artigianato benestante. Quanto più drammatico deve essere stato il declino sociale, causato dalla modernizzazione, per i semplici braccianti e per i paesi periferici… Ancora oggi, il tenore di vita in molti paesi del Terzo Mondo è molto inferiore a quello della loro storia precoloniale e precapitalistica.
Naturalmente la povertà è sempre relativa. Esistono anche differenze strutturali negli standard di vita, che tuttavia in alcun modo possono rappresentare un salvacondotto per l’economia di mercato. Ho visto con i miei occhi nelle favelas brasiliane persone vivere in specie di cucce per cani e bambini cronicamente malnutriti, ma dove foreste di antenne indicano l’esistenza di innumerevoli apparecchi televisi. I contadini liberi premoderni, che potevano soddisfare ampiamente tutti i bisogni fondamentali e le cui condizioni sociali erano relativamente stabili, erano forse “più poveri” perché non potevano intorpidirsi il cervello con le soap opera che scorrono sullo schermo? Qualcosa di simile, anche se a un altro livello, vale per la madre single dell’Europa centrale contemporanea, abbandonata dallo Stato, dal mercato e da tutte le anime pie della sicurezza sociale, che possiede cellulare, orologio da polso e impianto stereo, ma deve risparmiare sul cibo per comprare il materiale scolastico ai propri figli e viene trattata dagli snervati funzionari dei servizi sociali come l’ultima ruota del carro, persino in modo peggiore e più umiliante di un povero supplicante medievale dal suo signore feudale.
Per evitare malintesi: non intendo in alcun modo negare che la storia della modernizzazione capitalistica abbia accresciuto le potenzialità umane come mai prima, e non solo le capacità tecniche, ma anche, sotto molti aspetti, la capacità di astrazione e di riflessione. Qui si tratta di altro, ovvero della questione del livello di vita, del “tempo liberato” e del benessere collettivo. Per il capitalismo non è mai stato possibile utilizzare le proprie potenzialità per migliorare la vita di tutte quelle persone che ha sottoposto ai suoi diktat. Questa mancanza non è venuta meno oggi, ma anzi è diventata ancora più imponente rispetto alla popolazione mondiale nel suo complesso. E questo non causalmente, perché non si tratta di una mera correlazione casuale accidentale ed estrinseca, ma fa parte della natura stessa dell’economia di mercato il fatto di non sapere fare di meglio con le proprie potenzialità.
Non si tratta, comunque, di desiderare un ritorno a un passato impossibile da riproporre, o di idealizzarne in modo reazionario le miserie. Nelle società premoderne esistevano l’oppressione feudale e patriarcale, le epidemie, le guerre, l’ignoranza e le limitazioni parentali imposte dai legami di sangue. Ma è proprio questo il punto: persino rispetto a queste condizioni tutt’altro che floride ed edificanti, l’economia di mercato ha portato, storicamente, un enorme peggioramento delle condizioni di vita sociali. Qualsiasi bilancio storico anche solo vagamente onesto non può che negare che essa abbia portato un “aumento del benessere”. I pochi episodi di relativa prosperità a cui oggi si aggrappa l’esperienza occidentale hanno al massimo sempre solo mitigato e in piccola parte compensato ciò che l’economia di mercato ha portato in termini di miseria e catastrofi.
Il capitalismo preindustriale, al quale erano già noti i principi economici dell’economia di mercato moderna, per oltre tre secoli non ha conosciuto né pietà né moderazione, ma solo una contrazione permanente del tenore di vita. Quando sentiamo dire che allora semplici artigiani, che riuscivano ad assicurarsi un livello di sostentamento sufficiente, appartenevano al novero dei cosiddetti “ricchi”, possiamo forse renderci conto di cosa dovesse significare essere poveri a quell’epoca, soprattutto per quanto riguarda il soddisfacimento dei bisogni più elementari, in particolar modo la nutrizione. Per comprendere quanto fosse enorme l’aumento della povertà, è importante infatti confrontare le abitudini alimentari e le razioni di cibo. Fernand Braudel, nella sua grande opera sulla storia sociale della modernizzazione, ha raccolto i dati necessari a questo scopo; un confronto, anche questo, che mette in imbarazzo tutti gli ideologi dell’economia di mercato e della modernizzazione:
In Germania, un decreto dei duchi di Sassonia del 1482 ordinava: “Ai lavoratori devono essere serviti quattro pasti a pranzo e a cena: nel giorno della carne, una zuppa, due portate di carne e una di verdura; il venerdì e gli altri giorni in cui non si mangia carne, un piatto, di pesce fresco o essiccato, e due di verdure; se si deve digiunare, cinque piatti, una zuppa, due tipi di pesce, due verdure. In più, anche pane al mattino e alla sera”, oltre a Kofent (birra leggera). Un pasto da lavoratore che si può quasi definire da borghese. E quando nel 1429 a Oberhergheim, in Alsazia, il contadino, chiamato a fare i lavori della servitù della gleba, non voleva mangiare con gli altri nella fattoria, il fattore doveva “fargli avere due pezzi di carne di manzo, due pezzi di arrosto, una misura di vino e pane pari a due pfennig” […]. Quanto più ci allontaniamo dall’“autunno” del Medioevo, più la situazione peggiora sensibilmente – una tendenza che persiste fino alla metà del XIX secolo in alcune zone dell’Europa orientale, soprattutto nei Balcani, e addirittura fino al XX secolo. In Europa le restrizioni si manifestano già dalla metà del XVI secolo. A quanto ci dice Heinrich Müller (1550), in Svevia l’alimentazione della popolazione rurale era peggiorata drasticamente. Al posto dei pasti abbondanti di un tempo, che comprendevano carne ogni giorno e talvolta, nei giorni di festa come per esempio le fiere o le sagre parrocchiali, tracimavano in libagioni e lauti banchetti, ora ovunque si facevano sentire il caro vita e la povertà. Secondo l’autore, persino il cibo dei contadini più ricchi era quasi peggiore di quello dei braccianti e dei servi di un tempo. Gli storici hanno sempre erroneamente liquidato le testimonianze ricorrenti di questo tipo come un bisogno morboso di glorificare i tempi passati. (Braudel 19907 1979, 198 ss)
Il peggioramento e la riduzione di quel cibo che l’economia di mercato, in fase di espansione, rendeva ancora disponibile è continuato senza sosta e in molte regioni del mondo non si è ancora arrestato. Di fatto, per la maggior parte delle persone non veniva più assicurato nemmeno l’elementare diritto ad una alimentazione buona e ricca. Persino per i paesi più importanti d’Europa la letteratura del XIX secolo descrive la miseria e la fame causate dal capitalismo nelle campagne e nelle zone periferiche dei crescenti agglomerati urbani. Friedrich List, noto economista e protagonista dell’industrializzazione tedesca, descrisse nel 1844 con macabra ironia la situazione prevalente in molte zone della Germania:
Ho visto luoghi in cui un’aringa, appesa al centro del tavolo con un filo fissato al soffitto, passava di mano in mano tra i commensali per consentire a ciascuno di insaporire e aromatizzare le proprie patate, strofinandole sul condimento comune. Questo era già considerato star bene, perché nei periodi difficili bisognava rinunciare anche a questo piacere, e persino al sale. (List 1928/1844, 307)
Non è un caso che, da allora, il cibo venisse costantemente menzionato in relazione al tenore di vita, poiché ogni soddisfacimento dei bisogni, anche il più elementare, non era più così scontato. Le catastrofi naturali e i cattivi raccolti hanno contribuito solo in misura secondaria a questo impoverimento, perché prima dell’avvio della modernizzazione capitalistica, anche in condizioni di produzione sfavorevoli, c’erano sì “persone povere” e occasionalmente crisi dovute a catastrofi naturali (per esempio, cattivi raccolti) ma, per quanto riguarda i bisogni elementari, non c’era mai stata una povertà di massa “strutturale” tanto diffusa e profonda. Come è stato possibile un così drastico declino sociale rispetto a tutti i secoli conosciuti dell’antichità e del Medioevo, nonostante le crescenti conoscenze scientifiche?
(traduzione di Massimo Maggini)
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Note:
1. Chi avesse voglia di dare una scorsa a qualche altro capitolo del libro, può consultare questo link, dove a suo tempo abbiamo cominciato a tradurre la sezione VIII, dal titolo La storia della terza rivoluzione industriale, lavoro di traduzione ancora una volta putroppo incompiuto (il soggetto automatico picchia forte anche dalle nostre parti: facciamo il possibile, ma il tempo e le energie sono quello che sono…). Da quella pagina, dove si può leggere il primo capitolo di quella sezione, che si intitola Visioni dell’automazione, è possibile poi risalire ad altri cinque capitoli, linkati all’inizio dell’articolo stesso.
2. Cf, per esempio, il famoso Le Livre noir du communisme: Crimes, terreur, répression, autori vari, a cura di Stéphane Courtois. Éditions Robert Laffont, 1997 (ed.italiana, Il libro nero del comunismo, Mondadori, 2000).
3. Originale tedesco Der Kollaps der Modernisierung, Edition Tiamat, 1991 (tr.italiana Il collasso della modernizzazione, Mimesis, 2017).
4. Gli stessi partiti, ma anche spesso i movimenti, di sinistra, al seguito di questa micidiale credenza sul comunque emancipatorio apporto del capitalismo, si sono trasformati da iniziali incendiari a modesti pompieri, spesso utili al sistema o addirittura direttamente al suo servizio. Secondo questa logica, assecondare lo sviluppo del capitale, se non favorirlo, avrebbe aperto le porte alla “concreta” possibilità di realizzare il famoso “sol dell’avvenire” di cui, una volta poste le basi materiali, avremmo avuto solo di che appropriarci – più o meno violentemente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti…
5. Forse non è inutile ribadire che non si tratta qui di ripudiare tout court la scienza e il suo metodo, ma di metterne in discussione il primato di verità, assoluto e totalizzante (e decisamente funzionale ad un certo tipo di sistema sociale).
6. Diedrich Diederichsen vive a Berlino ed è un giornalista insegnante, un po’ artista un po’ bohemienne, che ha coniato questo termine per stigmatizzare la banalità e la stolidità del consumo seriale, incarnata nella persona appunto dedita a questa sorta di passatempo, più o meno incurante delle sorti del mondo. Per saperne di più sul personaggio, è possibile visitare il suo blog (in tedesco).
7. Voglio qui riportare una esperienza personale, che ritengo significativa. Durante una visita all’ex miniera di Predoi, in Valle Aurina (Dolomiti), la simpatica guida ci raccontò come nel medioevo, periodo storico in cui la miniera lavorava “a pieno regime”, i giorni lavorativi fossero scanditi da molte pause e molte feste, di carattere più o meno religioso (spesso “pagano”), e vi fosse una ricerca costante di occasioni di socialità e convivialità. Un lavoro dunque pur faticoso e pesante (il minatore), veniva svolto con tutt’altri ritmi rispetto a quelli a noi conosciuti, per di più senza l’assillo di alcuna “produttività” (si produceva essenzialmente per “usare”, non per “scambiare”). La guida, che non era certo un sostenitore dell’anti-lavorismo, proseguendo ci ha poi spiegato come questo “tempo calmo e conviviale” si sia lentamente ma inesorabilmente ridotto, fino ad arrivare alla follia produttivista dei nostri giorni, che ha poi portato, per ragioni “di mercato”, alla chiusura della miniera stessa. Un episodio che, nel suo piccolo, racconta più di molti tomi il passaggio “epocale” rappresentato dallo squarcio provocato dalla “modernità capitalistica”. Per un suggerimento un po’ più “erudito”, può essere utile una lettura del breve ma denso libro di Barbara Ehrenreich Una paga da fame: come (non) si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, Feltrinelli, 2004, dove viene mostrata, in tutta la sua crudezza, la condizione di miseria in cui possono incorrere, pur lavorando praticamente notte e giorno e vivendo di rinuncie e stenti. anche gli abitanti di quello che una volta veniva chiamato “primo mondo”.
