Print Friendly, PDF & Email

La storia della terza rivoluzione industriale. 4-L’ultima crociata del liberalismo

quarto capitolo della sezione VIII dello Schwarzbuch Kapitalismus (“Il libro nero del capitalismo”) di Robert Kurz.

[redazione]

—–
Da Schwarzbuch Kapitalismus
Sezione VIII. La storia della terza rivoluzione industriale
Visioni dell’automazione
La razionalizzazione elimina l’uomo
L’abdicazione dello Stato
L’ultima crociata del liberalismo
• La nuova povertà di massa
• L’illusione della società dei servizi
• Capitalismo da casinò: il denaro perde il lavoro
• La fine dell’economia nazionale
• Il risveglio dei demoni

L’ultima crociata del liberalismo

La terza rivoluzione industriale ha definitivamente precluso ogni possibilità di soluzione per l’autocontraddizione capitalistica. Esauritasi la sua dinamica compensatoria, perfino il pace-maker keynesiano applicato al decrepito sistema-feticcio non poteva che fallire. Il dogma di una forma sociale totalitaria, ben decisa a sottomettere l’umanità con immutata durezza alla legge della valorizzazione e al giogo dei mercati del lavoro, doveva allora assumere il carattere di una crociata contro la realtà.

Il ritorno ad una prospettiva radicalmente microeconomica equivale ad una politica dello struzzo che infila la testa nella sabbia: si liquida nuovamente il livello di riflessione macroeconomico, conquistato con tanta fatica e solo all’interno delle categorie capitalistiche, per dissolvere integralmente la società nei calcoli individuali degli atomi sociali e, in questo modo, rendere la crisi invisibile. Non c’è più nessuna autocontraddizione oggettiva del capitalismo, né alcun problema sociale, visto che apparentemente non fanno altro che obbedire tutti alla propria volontà autoresponsabile: «La disoccupazione può essere spiegata con una libera opzione per il tempo libero in un calcolo di ottimizzazione individuale»1 – questo almeno secondo la «teoria» dell’economista statunitense Robert Lucas. Per simili trovate oggi si vince il premio Nobel (il turno di Lucas è arrivato nel 1995). Con la sua effettivamente «semplice scoperta» secondo cui i liberi calcoli individuali non si lasciano impressionare e dirigere da misure macroeconomiche (di politica sociale), ma le rendono inefficaci con le loro «aspettative razionali» conformi al mercato – così recita la laudatio universale – egli avrebbe «rivoluzionato il pensiero politico-economico».2

Una riflessione grossolana quale quella della «teoria delle aspettative razionali» ci fa comprendere quale sia la strada che ha deciso di intraprendere la crociata neoliberale contro la realtà: l’«economia dell’offerta» («supply side») di Say deve essere applicata una volta per tutte anche ai mercati del lavoro. Chi è costretto a vendere la sua forza-lavoro deve comportarsi civilmente e in maniera altrettanto «conforme al mercato» di chi vende pomodori, mine anticarro o preservativi – ossia secondo la «legge della domanda e dell’offerta» sui mercati anonimi. Su questa falsariga si colloca anche l’assurda proposta di Dahrendorf, secondo cui i salariati dovrebbero competere come «offerenti» della propria forza-lavoro con il progresso tecnico.

E così diviene evidente in cosa consista in ultima analisi la radicalizzazione del liberalismo al cospetto della crisi fondamentale del modo di produzione capitalistico: nel colossale tentativo di scongiurare questa crisi trattando il mercato del lavoro come un mercato qualunque, fino alle estreme conseguenze. Questo tentativo era già stato realizzato nella fase protocapitalistica ed era fallito in maniera catastrofica. Da allora gli interventi dello Stato e le «concessioni» dello Stato sociale, così come l’esistenza del movimento operaio, dei sindacati e dei partiti socialisti o socialdemocratici (o, più in generale, di elementi di «politica sociale» praticamente in tutti i partiti), avevano dimostrato indirettamente, in maniera non ufficiale e quasi sottobanco, che si era trattato di un tentativo impossibile nella pratica perché gli uomini non possono essere venduti a tranci (per intervalli di «tempo di lavoro» astratto) come cose morte.

L’abnormità del mercato del lavoro nel senso della riproduzione sociale, che è però il solo modo in cui può costituirsi un sistema produttore di merce (cioè la trasformazione di tutti gli oggetti dell’esistenza in merci) capillarmente esteso, fa trasparire l’originario carattere brutale e, allo stesso tempo, irrazionale dell’autotelia capitalistica. La semplice esistenza di un mercato del lavoro tradisce un sistema di schiavitù universale, che però non è neppure sopportabile in maniera conseguente. Infatti la società umana sarebbe praticamente impossibile se la «forza-lavoro» (e quindi i corpi e le esistenze sociali corrispondenti) fosse effettivamente alla mercé della «legge della domanda e dell’offerta». Le merci invendute si possono conservare senza altri costi se non quello del loro stoccaggio «materiale»; invece non è possibile «immagazzinare» la forza-lavoro invendibile, senza che gli uomini che la incarnano continuino a vivere e a consumare nella società. Non possono essere «accantonati» (magari immergendoli in una soluzione nutriente o mediante congelamento) e mantenere la loro vendibilità negli scatoloni sugli scaffali, ma devono comunque sopravvivere. Questa sopravvivenza dipende però dal successo della vendita della loro «forza-lavoro» – ed è su questo paradosso che si infrange il mercato del lavoro quando esso si abbatte con sufficiente forza sulla società. I pomodori invenduti vengono gettati nella spazzatura, i beni durevoli fuori moda finiscono nelle discariche dopo un lungo immagazzinamento; la spazzatura umana invendibile e impossibile da valorizzare nelle sue conoscenze e abilità, se si vuole che essa sia un «oggetto di mercato» senza se e senza ma, andrebbe giustiziata dallo Stato oppure dovrebbe togliersi spontaneamente la vita (Günther Anders aveva già accennato a questa logica).

Per il liberalismo la rappresentazione del mercato del lavoro, anche solo sul piano ideologico, come un mercato delle merci del tutto ordinario e «naturale» fu sempre un problema spinoso perché su questo punto la «libertà» capitalistica deve mostrare con fin troppa evidenza il suo lato sconveniente. La creazione dello Stato sociale conteneva in sé la tacita ammissione che un mercato universale per la forza-lavoro umana non è solo una degradazione delle relazioni sociali ma anche un’impossibilità pratica, se non intervengono elementi «anti-mercato» che ostacolano la «legge» della domanda e dell’offerta nel suo «libero» effetto. La conseguenza di questa tacita ammissione non fu solo lo Stato sociale del XX secolo ma anche il graduale riconoscimento a denti stretti dei sindacati come partner contrattuali ufficiali già nel XIX secolo. La difesa degli interessi collettivi smentisce fondamentalmente il carattere del mercato del lavoro come mercato delle merci, poiché con essa si ha il riconoscimento pratico che i venditori della forza-lavoro non obbediscono ad alcun calcolo individuale. Poiché questo genere peculiare di venditori è costretto a portare la propria pelle sui mercati, la sua dipendenza strutturale della schiavitù sistemica è tale da far sì che il libero operato delle leggi del mercato precipiti la società nel collasso.

Sia la collettivizzazione sociale dei mercati del lavoro mediante i sindacati e le leghe imprenditoriali, sia i necessari provvedimenti dello Stato sociale, avevano trasformato la prospettiva macroeconomica in un fattore intracapitalistico. L’ammissione della società complessiva che il mercato del lavoro non può essere un mercato dell’offerta individuale pena il più completo disastro sociale, aveva del resto messo in moto un’ulteriore contraddizione immanente; da una parte il presupposto fondamentale del capitalismo è che la «forza-lavoro» umana venga resa una merce; dall’altra però si tratta di un rapporto così impossibile che questo carattere di merce deve essere parzialmente revocato. Ne risulta anche un dilemma strutturale tra movimento operaio e sindacati: da una parte la loro esistenza si fonda sul lavoro salariato e quindi sull’accettazione fondamentale delle leggi di mercato; dall’altra però infrangono con la loro mera esistenza queste leggi nella misura in cui, perlomeno parzialmente, aboliscono la concorrenza tra gli offerenti della merce forza-lavoro.

Fino a quando lo sviluppo delle forze produttive non condusse ai limiti assoluti del capitalismo questa contraddizione poté assumere nel suo percorso sembianze riformiste. Ma con la crisi della terza rivoluzione industriale la contraddizione diviene insanabile. L’impossibilità totale di costringere la riproduzione sociale nella forma dei «mercati del lavoro» lascia solo l’alternativa tra l’abolizione del carattere di merce della forza-lavoro (e di conseguenza del sistema produttore di merce tout court) e la decisione di trattare realmente la forza-lavoro come merce di offerenti individuali senza più alcuna restrizione, trasformando così la crisi in un problema individuale. È questa l’ultima strada che ancora resta ai rappresentanti del sistema, che in questo modo si assumono però il «rischio» del crollo completo della società.

Anche sotto questo riguardo l’estremizzazione microeconomica della teoria economica e della politica è un segnale di come il capitalismo stia attraversando una situazione senza via di uscita. La crociata neoliberale per la trasformazione dei mercati del lavoro in mercati dell’offerta individuale non si limita a mettere in questione in termini fondamentali, esplicitamente o meno, solo lo Stato sociale ma anche l’esistenza dei sindacati stessi. Da buon ideologo impermeabile alla realtà Milton Friedman, già nel 1962, nel bel mezzo del boom fordista, constatava l’effetto «nocivo per il mercato» dei sindacati «nella misura in cui essi, in molti casi, innalzano il livello salariale oltre la quota concessa dal mercato»3 condannando così alla miseria, secondo la dottrina della politica dell’offerta, i salariati stessi:

Un aumento salariale dovuto all’intervento dei sindacati all’interno di un determinato settore occupazionale o di un certo ramo dell’industria causa necessariamente una diminuzione dei possibili posti di lavoro – proprio come ogni aumento del prezzo riduce la vendita di un bene. Questo significa che un maggior numero di lavoratori si liberano e cercano lavoro e questo diminuisce ancora una volta il livello del salario in altri settori. Poiché generalmente la posizione dei sindacati è particolarmente forte presso i gruppi di lavoratori ben retribuiti, il risultato della loro attività e che questi ultimi migliorano ulteriormente le loro retribuzioni a discapito dei lavoratori con salari più bassi. Pertanto i sindacati non si sono limitati a danneggiare i lavoratori nel loro complesso e nella loro generalità, turbando l’equilibrio del mercato del lavoro, ma hanno anche contribuito a modificare la ripartizione salariale in senso più sfavorevole mediante la riduzione delle possibilità per i lavoratori massimamente svantaggiati.4

Se l’argomentazione di Friedman contiene un briciolo di verità, si tratta in questo caso del dilemma sindacale per cui un livello di vita anche solo decente, che nel capitalismo era possibile conquistare solo temporaneamente e al prezzo di dure battaglie per il salario, fece sì che il calcolo aziendale sul piano dei costi trovasse più interessante sostituire il lavoro vivo con le macchine. Battendo con insistenza attorno a questo dilemma fondamentale, che è certo il fondamento anche della perfida proposta di Dahrendorf, Friedman non si rende neppure conto del fatto che esso contiene conseguentemente il rimprovero rivolto al movimento operaio e ai sindacati, di essersi inseriti nel modo di produzione capitalistico, se questo conduce ad alternative a tal punto grottesche.

Considerando la cosa da un punto di visto meramente interno al sistema, è esperienza elementare di 150 anni di storia sindacale (e fino alla «controrivoluzione» neoliberale anche un fatto generalmente riconosciuto) che solo la forza organizzativa e l’azione sindacale siano stati capaci di innalzare il livello generale dei salari (anche dei settori più deboli e disorganizzati dei salariati) oltre il minimo di esistenza. La pressione dei lavoratori organizzati, sulla scia dei loro successi negoziali, ha sempre arrecato benefici e creato spazi di manovra anche per i lavoratori disorganizzati e peggio retribuiti, mentre all’opposto, le debolezze e le sconfitte dei sindacati hanno sempre scatenato l’azione del management, specialmente nei confronti dei «lavoratori massimamente svantaggiati».

L’«equilibrio economico sul mercato del lavoro», che Friedman invoca, implica proprio, sulla base della posizione di dipendenza strutturale dei «venditori di forza-lavoro», la sfrenata «svalutazione» del salario da lavoro sui mercati dell’offerta individuale: si tratterebbe solo e sempre di un «equilibrio» sul livello sociale più infimo. Fu solo l’intervento sindacale «antimercato» ad introdurre un «elemento storico-morale» nella categoria del lavoro salariato, come Marx volle chiamare questo fattore. Esso traduce il fatto che il «valore» economico della merce forza-lavoro non può essere determinato in maniera puramente oggettiva. Infatti, a differenza di quanto vale per gli oggetti-merce morti, per la forza-lavoro la definizione secondo cui il valore di una merce dipende dai costi della sua produzione non è affatto univoca, né è data una volta per tutte.

L’intricata merce forza-lavoro, indissolubilmente legata all’uomo vivo, deve essere «prodotta» di nuovo ogni volta, giorno dopo giorno, nel corso dell’esistenza dell’uomo stesso. Ma cosa si deve obbligatoriamente comprendere in questi costi? Solo la quantità di cibo necessaria perché esso non soffra la fame e possa ogni giorno restare in sella senza crollare per la fatica, oppure dei pasti come si deve, sia per il loro contenuto che per il gusto? Solo un «tetto sulla testa» nella forma di una caserma dei poveri, di un ponte, di una botte, o qualcosa che assomigli almeno lontanamente a un’abitazione? È chiaro che il «minimo» morale-culturale non è qualcosa che può essere regolato solo dalla «legge» della domanda e dell’offerta.

Ci troviamo di fronte ancora una volta al problema per cui nel capitalismo, ad ogni stadio del suo sviluppo ascendente, occorre sempre un intervento «antimercato» (come la regolazione statale keynesiana oppure le lotte sindacali per salari e il miglioramento delle condizioni di lavoro), che tenga a freno in qualche modo la crescente sproporzione tra lo sviluppo delle forze produttive e le restrizioni irrazionali imposte dalle «leggi di mercato». E poiché nella terza rivoluzione industriale è ormai impossibile rimediare a questa sproporzione, la «logica sistemica», in ossequio alla tendenza rappresentata dal neoliberalismo, intende abbattere il fattore «antimercato» del sindacato, allo scopo di ripristinare sulla carta l’«occupazione» mediante il famigerato «equilibrio» sui mercati del lavoro. Ciò che Friedman aveva solo previsto nelle sue teoria, Reagan e Thatcher lo hanno convertito in pratica (e nel loro solco, con maggiore o minore impegno, quasi tutti gli altri governi del mondo). Su questo punto Margaret Thatcher non ha certo peli sulla lingua:

Diversamente da certi miei colleghi di gabinetto resto sempre convinta del fatto che, se i presupposti si mantengono invariati, il tasso di disoccupazione sia in direttamente proporzionale alla forza dei sindacati. Proprio i sindacati hanno distrutto i posti di lavoro di molti dei loro associati, rivendicando salari di gran lunga troppo elevati rispetto all’inadeguatezza delle prestazioni corrispondenti, facendo perdere competitività ai prodotti britannici.5

Questa idea – tale da capovolgere dalla testa ai piedi la realtà dei fatti – può essere tradotta in un solo programma, ossia una spirale discendente dei salari, come quella raccomandata amichevolmente da Dahrendorf ai lavoratori, da imporre in caso di necessità mediante misure amministrative, vale a dire nel caso in cui i «venditori della merce forza-lavoro» non fossero disposti ad «adeguarsi» spontaneamente ad un «equilibrio» dei mercati del lavoro su di un livello sempre più basso. Questo significa semplicemente la liquidazione senza surrogati dell’«elemento storico-morale» nel salario da lavoro e, nello stato di emergenza della terza rivoluzione industriale, la spietata imposizione del principio dell’offerta individuale, senza riguardo alcuno per le sue ripercussioni sociali. La Thatcher riuscì a prendere il controllo del Partito conservatore proprio perché era pronta alla rottura con il tradizionale (implicito) consenso storico:

Eravamo […] completamente bloccati sull’idea socialista secondo cui i «bassi salari» – comunque li si voglia definire – non erano un «problema» del mercato bensì del governo.6

Questa campagna diretta contro i sindacati e contro il livello «storico-morale» dei salari fu coronata da un successo clamoroso: dall’inizio della «controrivoluzione» neoliberale, nei principali paesi industriali e a livello globale, i salari da lavoro dipendente sono diminuiti sia in termini relativi che assoluti. Nel 1998 in Germania la quota dei salari (la percentuale dei salari sul cosiddetto reddito nazionale) ha toccato il valore più basso dal 1949. Negli anni Novanta il livello dei salari reali negli USA (cioè il potere d’acquisto reale dei salari al netto dell’inflazione) è sceso al di sotto di quello degli anni Settanta. Malgrado tutto però la disoccupazione reale, su impulso della microelettronica, continua a crescere incessantemente e questa tendenza viene addirittura aggravata dalla diminuzione permanente del potere di acquisto interno.

L’«occupazione» continua a diminuire mentre la sua struttura, ad ogni nuova avanzata della crisi e ad ogni ulteriore riduzione dei salari, si sposta sempre più nella direzione dei rapporti di lavoro scarsamente retribuiti, precari e privi di garanzie. E in occasione di ogni avanzata la risposta delle élite funzionali capitalistiche, con il loro radicalismo microeconomico, è sempre la stessa: ulteriore «moderazione salariale», salari ancora più miseri, fino a raggiungere, costi quel che costi, l’«equilibrio» sui mercati del lavoro, che però non si ristabilirà mai più, nemmeno ad un livello salariale da fame. La crociata del neoliberalismo sfocia nel sacrificio dell’esistenza di un numero sempre maggiore di individui sull’altare della «conservazione del sistema» ad ogni prezzo. Su questo punto l’«eminenza grigia» dei liberali tedeschi, l’estremista di mercato Otto Graf Lambsdorff, non lascia adito a dubbi:

Non corriamo […] forse il rischio che uno Stato sociale esorbitante, sostenuto da istanze e rivendicazioni che potevano essere agevolmente soddisfatte nei periodi di forte crescita, minacci le basi del sistema?».7

Si presti ancora una volta la dovuta attenzione alla sfrontatezza di questa dichiarazione: nonostante l’incremento esplosivo delle possibilità di produzione reale tecnico-materiale, grazie alle forze produttive microelettroniche, il livello materiale di vita delle masse dovrebbe essere compresso sempre di più mediante una combinazione di salari da miseria e «disoccupazione naturale», per nessun altra ragione se non per evitare minacce al medesimo «sistema» che ha generato questa logica insensata. Come già nella prima metà del XIX secolo le élite funzionali del capitalismo si approssimano ancora una volta ad una posizione estremistica di militanza antisociale, tale da porre la nuda esistenza umana sotto il ricatto della razionalità sistemica, presupposta come l’unica concepibile. Ma sul livello della terza rivoluzione industriale non è più possibile tradurre questo proposito in una forma di decorso praticabile. Adesso, paradossalmente, una reazione immanente al sistema sarebbe ancora possibile solo nella misura in cui il sistema stesso finisse al tappeto. Pertanto i sindacati assieme al relativo gergo sono ormai giunti al capolinea. Il loro spazio di manovra dipendeva esclusivamente dall’espansione storica dello sfruttamento capitalistico di «forza-lavoro», che aveva concesso ai mercati del lavoro attraverso il movimento ciclico un elemento saliente, a lungo termine dominante, di «domanda». Fu solo questa costellazione a rendere possibile la solidarietà e la capacità di azione sindacale nella simultanea accettazione delle basi del sistema. Invece nella nuova costellazione, caratterizzata dall’aumento incessante della disoccupazione di massa strutturale, il rapporto si rovescia: l’elemento generale attraverso il ciclo, a lungo termine dominante, è l’«offerta» sui mercati del lavoro. Un eccesso di offerta permanente di forza-lavoro in una posizione automaticamente strutturalmente debole degli offerenti logora necessariamente i sindacati come fattore fondamentale.

Nella crisi finale del capitalismo la campagna militante delle élite funzionali armate di neoliberismo per mercati individuali dell’offerta di forza-lavoro può contare sulla forza della stessa logica sistemica al cui interno i sindacati stessi si erano confinati, in linea di principio, a partire dalla loro nascita. La conseguenza non potrebbe che essere l’autoesecuzione, ossia l’autoscioglimento volontario delle organizzazioni sindacali, dal momento che la loro situazione è ormai insostenibile. Questa conseguenza, naturalmente, non viene tratta da nessuno, ma ciò che resta non è più neppure una resistenza dilatoria ma solo una lenta malattia e relativa consunzione – incoraggiata da tutti i cani del capitale. Per conservare anche solo le gratificazioni minimali e la pura e semplice esistenza della loro organizzazione, i sindacati dovrebbero saltare oltre la propria ombra e scuotersi di dosso l’ipoteca della loro storia.

Pertanto la coscienza degli associati e quella dei funzionari si condizionano reciprocamente. I dirigenti sindacali costituiscono ormai da tempo un segmento delle élite funzionali del capitalismo; in Germania i loro vertici siedono nei consigli di sorveglianza delle grandi compagnie, su tutti i livelli si mescolano e familiarizzano con l’amministrazione e con l’intera classe politica, in alcuni paesi (soprattutto negli USA) addirittura con la criminalità organizzata. Ad ogni sviluppo del capitalismo essi si sono messi a disposizione, al culmine di ogni crisi hanno sempre capitolato incondizionatamente. Una parte della casta dei funzionari, sotto l’inquietante nome di «modernizzatori», ha cercato fin nel cuore degli anni Novanta di darsi un profilo di «creatività intellettuale», cullandosi nell’illusione che i sindacati, come in passato, potessero ancora una volta collaborare nella terza rivoluzione industriale come forza regolativa solo in maniera molto subalterna e con risultati assai modesti. Alla fine del XX secolo appare sempre più chiaro che gli apparati sindacali nella crisi qualitativamente nuova, anche in presenza di un inasprimento drammatico, non dovrebbero neppure più essere aboliti. Con la liquidazione dei contratti collettivi e la liquidazione di ogni standard sociale ai «modernizzatori» non rimane che l’opzione di guadagnarsi dei meriti per il bene generale, come una specie di truppa ausiliaria, per la prosecuzione delle proprie carriere e accompagnare la trasformazione dei mercati del lavoro in mercati dell’offerta individuale con una retorica sociale non vincolante quanto mansueta e moraleggiante.

Per parte sua la cosiddetta base degli iscritti è ben lontana da qualsiasi idea di una controffensiva. Il condizionamento in funzione del «lavoro astratto» attraverso le generazioni e l’interiorizzazione dei criteri capitalistici rappresentano una colossale ostruzione per la coscienza, impossibile da rimuovere nella cornice delle tradizionali strutture e mentalità sindacali sebbene nelle condizioni della terza rivoluzione industriale non vi sia più un singolo meccanismo di affermazione di interessi collettivi immanenti al sistema che funzioni ancora (scioperi, contrattazione collettiva, pressione sul sistema politico).

I sindacati non sono fatti per la crisi. Nella crisi strutturale della terza rivoluzione industriale il loro potenziale si esaurisce cosicché per essi non hanno più nulla da «gestire» se non il proprio declino. Ovunque nel mondo la contrattazione collettiva si sgretola, le associazioni imprenditoriali si dissolvono, gli iscritti abbandonano a frotte i sindacati. La desolidarizzazione generale e l’imbarbarimento dei rapporti sociali costituiscono il terreno di coltura su cui si realizza spontaneamente l’individualizzazione dei mercati del lavoro e con essa la crisi. A partire dagli anni Ottanta la crociata neoliberale è stata comunque appoggiata dalla sociologia accademica per la quale il processo di erosione sociale non è altro che un «differenziamento» strutturale neutrale. Ulrich Beck ha ribattezzato questa tendenza verso l’imbarbarimento del capitalismo come ineluttabile «società del rischio» con la quale ora gli individui atomizzati se la dovranno vedere individualmente:

Il singolare tipo sociale che sorge qui, d’isolamento senza ulteriore specificazione […] non significa certo il risorgere dell’individuo borghese dopo il suo decesso. Ma non è neppure la falsa coscienza di un proletariato individualisticamente illuso riguardo alla sua condizione di classe, che ora è stato definitivamente sopraffatto dagli squilli di sirena ideologici del capitale. È […] colui che, condannato alla libertà di scelta, mette in scena il suo percorso di vita. Nella società individualizzata il singolo deve imparare, pena la sua continua umiliazione, a vedere se stesso come un centro d’azione, come un ufficio di programmazione delle possibilità e degli obblighi della sua esistenza […] È richiesto un modello attivo dell’agire quotidiano, che abbia al centro l’io, gli assegni e apra possibilità di azione e permetta, in questo modo, di controllare sensatamente i vincoli insorgenti nel configurare il proprio corso di vita e le relative possibilità di decisione. Questo significa che si sviluppa qui, sotto la superficie di messe in scena intellettuali ai fini della propria sopravvivenza, una immagine del mondo incentrata sull’io, che – per così dire – capovolge il rapporto tra io e società e lo pensa e rende utilizzabile allo scopo di dare forma al corso di vita individuale.8

Questo lessico astruso a base di «vincoli di configurazione e possibilità di decisione», un gergo postmoderno che si è diffuso dalle terze pagine dei giornali fino ai seminari sociologici e alla «creatività intellettuale» dei sindacalisti, funge da tambureggiante musica di accompagnamento della crociata neoliberale. La sola idea di una critica possibile delle paranoiche oggettivazioni capitalistiche viene bollata come «astruseria intellettuale»; resta solo la nuda individualità dell’atomo sociale capitalistico, che non può più illudersi, come il classico individuo borghese, di essere il soggetto del proprio agire. Questo astratto individuo-offerta non può far altro che brucare «opportunità e rischi» della propria folle condizione divenuta per lui una seconda natura, solo per essere condotto infine come una bestia da macello al mattatoio sociale. Beck non si rende neppure conto di come il suo povero individuo ridotto a «ufficio di pianificazione» capitalistica di se stesso, sia solo il pendant sociologico della microeconomia radicalizzata di Friedman e della «teoria delle aspettative razionali» di Lucas. Né tantomeno si rende conto che ciò che ritiene essere in tutta serietà il presupposto valido dell’«individualizzazione ricca di opportunità» non sono altro che le forme di regolazione fordiste già rottamate:

Nella struttura dello Stato del benessere l’individualismo riceve una base economica storicamente nuova […] nel mercato del lavoro, più esattamente, in quel mercato organizzato del lavoro, regolato dai contratti tariffari e dal diritto sociale, con le sue esigenze di formazione e di mobilità.9

Non si può che restare allibiti di fronte a una tale ignoranza. Il vero presupposto dell’«individualizzazione» di Beck è precisamente la fine accelerata del «Welfare state» nonché dei mercati del lavoro «organizzati mediante tariffe contrattuali», ossia la diffusione sostenuta dallo Stato di rapporti di lavoro miserabili basati sulla politica dell’offerta. La sfacciata ignoranza della sostanza economica neoliberale e del suo sviluppo negli ultimi decenni, unita all’assenza di qualsiasi fondamento in una teoria della crisi, fanno sì che la visione di Beck si restringa al piano fenomenico e risulti incapace di cogliere nelle sue istantanee superficiali il nocciolo duro della tendenza di crisi capitalistica (per giunta in una prospettiva ottusamente limitata alla situazione tedesca, la cui «eccedenza» fordista per il momento non si è ancora così consumata come altrove nel mondo capitalistico).

Come fin troppi ideologi della eterna «modernizzazione» nelle categorie intrascese del capitalismo anche Beck sfrutta il vetusto concetto marxista di classe come follia del negativo per eludere a buon mercato la contraddizione sempre più grave di questo sistema, illudendosi così di collocarsi già «oltre». La «lotta di classe» assume così le sembianze di un «radicalismo» anacronistico, privo di oggetto nel mondo individualizzato delle opportunità postmoderne. Per questa via critici sociali pentiti come Beck credono di approdare alla primavera di una «seconda modernità», mentre in realtà ricadono solo sul modello ideologico originario del liberalismo economico, in armonia con l’estremismo dell’offerta di Hayek e Friedman.

Assieme al mondo accademico e alla coscienza generale Beck ha in mente la deformazione storica dell’ideologia borghese secondo cui lo storico movimento dei lavoratori non sarebbe l’esito della disastrosa sconfitta delle antiche rivolte sociali, ma l’aurora di una concezione «radicale» del mondo, perfezionatasi gradualmente. Occorre rammentare la circostanza implicita per cui l’impulso originario, ormai defunto, delle rivolte sociali consisteva nel rifiuto da parte degli uomini dell’«epoca della disperazione» di diventare la «classe lavoratrice» di un sistema economico resosi autonomo, mentre la «lotta di classe» del più tardo movimento operaio fu solo la forma di movimento immanente di una coscienza già addomesticata. In questo senso la «lotta di classe» si identificava solo con l’automovimento sociale della «bella macchina» e pertanto la sua logica era ingabbiata fin dal principio tra le sbarre ferree delle categorie capitalistiche.

Tuttavia la definizione più o meno cosciente dell’opposizione sociale immanente rappresentava ancora un riflesso della contraddizione sistemica oggettivata. Sebbene il movimento operaio fosse condizionato dalle categorie capitalistiche, esso doveva tematizzare anche solo indirettamente l’autocontraddizione del sistema. Ma poiché questa tematizzazione si ricollegava pur sempre alla logica del capitale, essa non poté che seguire il processo di sviluppo del sistema con una cieca dinamica suicida. L’adattamento alla macchina della valorizzazione mediante la sempre più veemente «autodisciplina spontanea» nello spazio funzionale aziendale, il condizionamento dei desideri in ossequio alla forma del consumo capitalistico di merce e, non da ultimo, attraverso il disarmo ideologico (da un «marxismo» annacquato, compreso solo in maniera superficiale, per arrivare alle fiacche idee keynesiane) poté progredire nel corso di più di un secolo e il programma benthamiano, resosi autonomo e pluralisticamente oggettivato, aveva promosso l’interiorizzazione dei criteri capitalistici fino nella psiche degli individui. Ma anche durante il boom fordista del dopoguerra l’ombra della contraddizione capitalistica rimaneva comunque presente; la coscienza comprendeva almeno in parte che c’era in azione una forza estranea (per quanto annidata da tempo nell’intimo), che esisteva anche un conflitto da disputare sul livello istituzionale (nella forma delle associazioni imprenditoriali e dei sindacati) – per quanto tutto questo potesse avvenire solo come movimento immanente.

Ora è proprio la situazione disperata della nuova crisi globale a minare alla base ogni lotta immanente al sistema, condannandola all’insignificanza. È questo il motivo autentico per cui non ci può essere alcun ritorno a qualche forma più aspra di questa rivendicazione di interesse immanente conosciuta come «lotta di classe»; fin dal principio essa non fu altro che la forma con cui si misero in moto interessi già addomesticati dal capitalismo. Ma se si fa strada l’idea, o quantomeno l’oscuro presagio, che nella crisi della terza rivoluzione industriale non vi è più spazio per la contrattazione collettiva, non sono più possibili gratificazioni sociali valide per interi settori o per la società nel suo complesso mentre tutte le misure sociali del passato, per quanto limitate, vengono liquidate senza che sia possibile adottare o anche solo concepire una forma di relazione diversa da quella del sistema della merce, allora lo stesso «punto di vista dell’interesse» collettivo, istituzionalizzato, deve necessariamente sgretolarsi.

In queste condizioni l’«interesse» socio-economico, plasmato dal capitalismo, si stringe rapidamente in un movimento di fuga impazzito secondo il motto «Si salvi chi può» – dalla società complessiva al singolo settore, dal settore alla singola impresa, da questa al reparto e da lì al singolo individuo. Perciò l’«individualizzazione» socio-economica non rappresenta un superamento della vecchia lotta di classe, né è l’antitesi delle battaglie rituali all’insegna della «partnership sociale» della società del dopoguerra, ma solo lo stadio logico terminale di queste forme passate di lotta per interessi immanenti al sistema ormai decadenti, che coincide con la crisi finale del capitalismo. Adesso la «guerra di tutti contro tutti», da incubo ideologico di Hobbes agli albori della modernizzazione, si è trasformata in una realtà letterale nel suo «ultimo mondo».

La crociata neoliberale per i mercati dell’offerta non deve più affrontare un avversario in grado di impensierirlo ma l’inaudita dissoluzione di tutte le forme di interesse istituzionali; un processo che Ulrich Beck giudica paradossalmente come «un’espansione dello spazio di manovra degli individui». L’individualizzazione della concorrenza porta ad una mutazione addirittura inquietante dell’interesse dei lavoratori nella versione che ha divulgato nel 1997 la «Commissione per le questioni del futuro della Baviera e della Sassonia» (membro responsabile: Ulrich Beck) con un misto di ingenuità e di cinismo come modello per una «società imprenditoriale»:

Non c’è dubbio che ancora per qualche tempo, anche in questa società, la maggioranza della popolazione attiva svolgerà un lavoro dipendente, guadagnandosi così una parte fondamentale del proprio sostentamento. Ma i paradigmi della società industriale, centrata sul lavoratore, dovranno attenuarsi anche qui, se essa non vuole perdere la sfida del cambiamento economico e sociale. Vale anche qui la regola: il paradigma del futuro è l’individuo come imprenditore della propria forza-lavoro e come responsabile della propria esistenza. Questa idea deve essere promossa, l’iniziativa e la responsabilità personale, ovvero lo spirito dell’impresa debbono diffondersi con più forza nella società.10

C’è di che sudare freddo se si riflette sulle conseguenze di questo «paradigma». In gioco c’è l’estremo perfezionamento immaginabile del progetto-Bentham, cui neppure il fordismo aveva osato pensare: il confinamento totale del capitalismo nell’interiorità degli individui cosicché la forma coercitiva e distruttiva della società non possa più neppure essere percepita come un’ombra ma si fonda immediatamente con l’esistenza naturale degli uomini. Ciò che Beck nella sua immagine dell’io isolato aveva designato come l’«ufficio di pianificazione» di se stesso, viene qui ulteriormente estremizzato nella visione diabolica del «capitale umano totale».

La protesta e il rifiuto nei confronti di pretese comportamentali sempre più rigide e insensate devono diventare addirittura inconcepibili nella misura in cui il conflitto esprimibile fino a questo momento in modo perlomeno rudimentale viene rinchiuso nell’interiorità dell’individuo isolato. Questa famosa «Commissione per il futuro» pretende seriamente col suo essenziale tono accademico che la desolidarizzazione generale si spinga fino al punto in cui gli individui cessano di provare solidarietà persino per se stessi, che impongano anche nei propri riguardi, come «lavoratori dipendenti», una disciplina comportamentale «imprenditoriale», adottando per certi versi misure «aziendali».

Ciò che si esige dall’individuo capitalistico è una specie di autocannibalismo, un auto-sacrificio, in cui la «guerra di tutti contro tutti» – come era del resto prevedibile – si rovescia in cieca aggressione. L‘«es» economico del capitalismo, ormai furibondo, resta incredulo di fronte al guasto irrimediabile della «bella macchina» – il mostro deve funzionare ad ogni costo, ma proprio ad ogni costo; un’impossibilità logica che si traduce nello scatenamento dell’irrazionalismo: le élite funzionali fuori controllo regrediscono ad un linguaggio palesemente religioso, mistificante, in un certo senso l’ammissione definitiva che il capitalismo è solo una religione secolarizzata malvagia, una magia nera dell’auto-incantamento. Nel 1994 uno dei suoi sommi sacerdoti, Wolfgang Reitzle, all’epoca membro del consiglio di amministrazione di BMW, in occasione dell’assemblea annuale della società Alfred Herrhausen, sermoneggiò in maniera coerente:

Dal lavoratore nel senso tradizionale del termine, cui è necessario spiegare «ciò che deve fare», si passa idealmente ad un fornitore di prestazioni nel senso imprenditoriale, che opera in maniera creativa, auto-responsabile e nella piena consapevolezza delle proprie responsabilità […] L’obiettivo è chiaro: gli individui nell’impresa devono amalgamarsi in una comunità di produzione di valore e interiorizzare tutto questo nella loro autoconsapevolezza […].11

Questa ridefinizione di un regime spaventosamente prosaico e simultaneamente paranoide, che concentra l’energia umana astratta in miriadi di fanatiche sette-bonsai concepite come «comunità di produzione di valore», è solo il riflesso dell’inversione fantasmagorica di cui parlava Anders: la conversione del disciplinamento per il lavoro astratto, un tempo intollerabile, in un privilegio sociale. Il «lavoratore in senso tradizionale», cui si diceva «ciò che doveva fare», a dispetto di ogni interiorizzazione benthamiana, era ancora in grado di prendere le distanze, almeno in qualche anfratto della sua anima, dalla smisuratezza della pretesa capitalistica. Al contrario il «titolare del posto di lavoro», annientato nella sua autoconsapevolezza, permanentemente minacciato di fronte all’oceano degli esclusi, diviene incline a una teologizzazione della concorrenza. Le esplosioni di furia omicida, con annessa auto-esecuzione finale, che tanto solleticano gli appetiti dei media, rappresentano il paradigma di un capitalismo crepuscolare. Fino a quando questa condizione non si sarà generalizzata, gli individui disorientati dovranno credere che la crisi capitalistica sia una specie di catastrofe naturale, che esige un altruismo secondario dell’autocastrazione sociale. Nelle parole della «Commissione per le questioni del futuro»:

Ogni strategia operativa presenta effetti collaterali indesiderati ma comunque inevitabili. Occorre spiegarlo alla popolazione in termini inequivocabili […] Come dimostra il confronto internazionale sarebbe senz’altro possibile migliorare la situazione occupazionale nel giro di pochi anni, se solo i lavoratori si adeguassero alle necessità del mercato e il costo del lavoro diminuisse. Questa diminuzione potrebbe tradursi nel fatto che gli aumenti salariali futuri saranno inferiori all’incremento della produttività. Tuttavia gli effetti positivi sull’occupazione avranno luogo solo lentamente. È chiaro che laddove la condizione occupazionale dovrà migliorare nel giro di poco tempo, i salari reali e spesso perfino quelli nominali dovranno in parte diminuire […] La riduzione delle retribuzioni dirette dovrebbe essere presa in considerazione solo come estremo rimedio […] Tuttavia avverrà sempre più frequentemente che sia questa l’unica maniera per mantenere temporaneamente la competitività del fattore-lavoro nei confronti del capitale e del sapere […].12

È davvero quasi incredibile: al cospetto delle immense «sovracapacità» tecnico-materiali, ormai impossibili da mobilitare sulla base dell’insulso calcolo economico-aziendale, per l’umanità c’è in programma un livello di povertà «necessario». Quanto più aumenta la ricchezza nella distruttiva forma capitalistica, tanto più rigida si fa la pretesa di sottomettere i bisogni alle «condizioni naturali» del capitalismo, ridimensionandoli così sempre di più. E i «modernizzatori», con il loro linguaggio asettico, esigono l’intervento repressivo dello Stato per sospingere con le cattive maniere sempre più individui verso un livello salariale da miseria:

Per tutta una serie di ragioni, in Germania, i destinatari di trasferimenti pubblici in grado di lavorare non sono obbligati ad accettare i lavori che vengono loro offerti, sebbene la legge lo prescriva e sia assolutamente ragionevole sul piano economico. In futuro tali obblighi di ragionevolezza dovrebbero essere imposti con coerenza.13

E così tutto, ma proprio tutto, diviene «accettabile»: si vedrebbero ex-operai specializzati trasformarsi in lavoratori sottopagati e dequalificati, professori d’orchestra sul lastrico in seguito alla desertificazione culturale passare lo strofinaccio nelle toilette dei ristoranti di lusso, assistenti sociali disoccupati rifornire distributori automatici o vendere salsicce. Ma naturalmente tutto ciò risulta del tutto irragionevole sul piano dell’«economia nazionale» in quanto il torchio degli «obblighi di ragionevolezza» (un’espressione che già da sola fa venire l’acquolina in bocca, un vero e proprio distillato della libertà occidentale) può torturare gli uomini ma non è certo in grado di arrestare la valanga della «razionalizzazione» microelettronica dei posti di lavoro, né di fermare il declino della «creazione di valore» capitalistica. Questi lavori a buon mercato, per quanto scadenti, non potranno mai invertire il corso della storia. La rabbia delle élite funzionali contro la massa sempre più grandiosa degli esclusi, delle «bocche superflue», da tormentare con qualsiasi mezzo, si fa sempre più incontenibile ma questa repressione in crescita perpetua non causa null’altro se non l’accelerazione del processo di crisi.

La crociata neoliberale contro gli umiliati e offesi del capitalismo di crisi non solo assume forme sempre più efferate ma ormai da tempo non è più una prerogativa dei governi specificatamente liberali e conservatori. Sotto la sua bandiera si riconosce adesso anche la socialdemocrazia che, sotto la pressione della crisi globale, getta l’ancora ancora una volta nel suo porto ideologico di origine: il liberalismo. Dopo una prima metamorfosi, che aveva sostituito un marxismo del lavoro addomesticato con la teoria keynesiana, adesso, grazie ad un ulteriore processo di trasformazione, i socialisti di ogni tendenza si disfano anche dell’involucro keynesiano. Tutti i partiti politici, in maniera trasversale all’intero spettro politico, si sono radicalizzati per certi versi in senso neoliberale e microeconomico; non esistono particolari differenze neppure nella retorica mediatica. Nella necessità affiora l’identico nocciolo comune dell’irrazionale sistema coercitivo moderno. Non importa chi la pronunci: la parola «modernizzazione» si è trasformata in una cupa minaccia e il concetto di «riforma» in un sinonimo di misure coattive antisociali.

Pertanto anche i cambi di governo che si sono verificati negli USA e in Europa nel corso degli anni Novanta sono ormai privi di significato. Il presidente americano Clinton ha mantenuto senza soluzione di continuità la politica di «disboscamento» dei suoi predecessori conservatori, il «New Labour» di Tony Blair ha fatto lo stesso con la strategia economicamente estremistica di Margaret Thatcher, proprio come la coalizione rosso-verde tedesca nei confronti dello smantellamento sistematico dello Stato sociale messo in atto dai governi liberalconservatori di Helmut Kohl. Sempre più frequentemente sono proprio gli ex-critici del capitalismo del ’68, in piena coscienza e in elegante completo di Armani, a riservarsi l’onore di porre la vita degli uomini sotto il vincolo della «finanziabilità». Una legge di natura è pur sempre una legge di natura. La fanteria di partito deve mettersi in riga oppure farsi da parte. In Gran Bretagna non si dà alcuna importanza al fatto che il Partito laburista, in seguito all’affermazione di Tony Blair, abbia perso circa il 30% dei suoi iscritti. L’ultima metamorfosi della socialdemocrazia tedesca viene così commentata in un tipico editoriale del periodico liberal-socialista Die Zeit:

Solo chi conosce lo struggente anelito della SPD verso la giustizia sociale può comprenderne le sofferenze […] Basterebbe un elenco sommario dei sacrifici – dal congelamento degli aumenti salariali e dal blocco delle pensioni fino al risoluto orientamento di Schröder e Blair nell’arena dell’autoaffermazione – per raggelare il cuore dei socialdemocratici […] Questa sfida doveva già essere affrontata molto tempo fa. Tuttavia la SPD, come gli altri partiti popolari, non ha voluto ridefinire il futuro dello Stato sociale […] di fronte al peggioramento delle condizioni finanziarie […] Il problema consiste nel rapporto futuro tra ricchi e poveri, malati e sani, giovani e anziani, politica dell’offerta e politica della domanda. Un compito colossale, il cui adempimento non lascia più spazio ad alcun tabù. I tanto citati modernizzatori della SPD si attengono a questa necessità. È ancora utile conservare intatta una certa visione del mondo se il corso degli eventi la supera in maniera frenetica?14

Le sofferenze autentiche delle vittime non sono oggetto di discussione: rappresentano solo «mali necessari» per dirla nel gergo degli economisti e degli amministratori della crisi. Nel mirino degli strateghi del terrore sociale ci sono in prima linea i sussidi sociali. Infatti questa che è la categoria più misera dei trasferimenti dello Stato sociale, nei paesi capitalistici in cui essa esiste, non si fonda su diritti acquisiti, che dipendono, in tutto o in parte, da versamenti personali (come ad esempio le pensioni di anzianità o i sussidi di disoccupazione), ma si riduce ad un «atto caritatevole» del Leviatano nei confronti degli esclusi e dei superflui. Si dà il caso però che all’aumentare del loro numero, cresce anche l’impulso amministrativo a risparmiare il più possibile i loro mezzi di sussistenza, a tormentarli e a ridefinire continuamente verso il basso il minimo esistenziale stabilito mediante il sussidio sociale.

Lo stesso Hayek riteneva che si trattasse di una necessità onerosa, da accettare a malincuore, «una specie di precauzione» da adottare nei confronti dei «poveri impossibili da impiegare», laddove l’unica cosa davvero importante è che essa si configuri in maniera tale da ostacolare «il meno possibile il funzionamento del mercato».15 Oggi non passa settimana senza che figure tutt’altro che onorevoli di ambo i sessi richiedano «tagli profondi al sussidio sociale», che «possano portare nell’immediato a un risparmio di risorse», come afferma, ad esempio, Michael Fuchs.16

Ha suscitato parecchio scalpore l’idea del ministro della Sanità, riportata dalla Bild, di fornire del vestiario solo come «integrazione al corredo di base» e di commisurare il livello dello stanziamento alla «frequenza di lavaggio dei gruppi a reddito inferiore» Secondo questa idea sarebbe ragionevole anche la fornitura di vestiti usati.17

Anche la più miserabile delle elemosine di Stato figura ancora alla stregua di un lusso, di uno sperpero, come era già avvenuto in passato durante la primavera capitalistica dei Mandeville e dei Sade. Fu la signora Thatcher a suonare la carica contro i destinatari dell’assistenza sociale mediante dichiarazioni particolarmente dure e, in questo modo, fece scuola un po’ dappertutto:

L’orribile paradosso della cultura assistenzialistica consiste […] nel fatto di permettere con i suoi considerevoli incentivi economici alle persone di condurre un’esistenza fatta di inerzia, trascuratezza e disperazione. Dovremmo ricompensare gli sforzi per un’esistenza da persone valorose. Ma il governo deve venir loro in aiuto mediante la soppressione o, quantomeno, il ridimensionamento delle tentazioni».18

Nel più grottesco capovolgimento dei fatti e in totale sintonia con l’estremismo micro-economico si presuppone – esattamente come già fecero gli ideologi del terrore protocapitalistico – che la disoccupazione di massa e il crollo di una fascia sempre più ampia della popolazione nell’assistenza sociale non sia un problema sociale ed economico, bensì «pedagogico». Il livello «eccessivo» del minimo esistenziale stabilito dallo Stato, per evitare «tentazioni edonistiche» ai beneficiari dei trasferimenti sociali, aprioristicamente presupposti come «odiatori del lavoro», a norma di legge non può superare il reddito dei settori a salario inferiore, per giunta sempre più declinanti. L’obiettivo di questa competizione su di un livello miserabile consiste ovviamente nel costringere le persone ad accettare lavori da fame con metodi amministrativi. Negli USA, in Gran Bretagna e, sempre più frequentemente, anche in Germania, sono soprattutto le madri single che vengono additate come una vera e propria nemesi:

Almeno a partire dalla presidenza di Ronald Reagan uno spettro si aggira per la coscienza collettiva dei cittadini statunitensi, incessantemente evocato da politici, giornalisti e commentatori televisivi conservatori: l’immagine della madre con prole numerosa e della regina del Welfare che si reca in banca con la sua Cadillac per versare sorridente l’assegno previdenziale. Nell’America degli anni Ottanta l’ossessione reaganiana per le parassitarie «Welfare Queen» ha reso socialmente accettabile il tacito risentimento contro i beneficiari dell’assistenza sociale (e contro la sottoclasse in genere).19

Accanto alla reintroduzione generale di tasse universitarie per sottoporre le università ad una specie di «purificazione sociale» (una richiesta che, in Germania, è stata sollevata anche dall’eminenza grigia socialdemocratica Peter Glotz) una delle prime misure del disinvolto Blair fu quella di tagliare drasticamente gli aiuti sociali per le madri single. Un atto eroico che venne replicato dallo «sciupafemmine» Bill Clinton con la sua legge sulla fine generale degli aiuti sociali:

La legge di Clinton richiama aspramente all’ordine gli Stati federati. Entro il 2002 essi dovranno mettere al lavoro, in una serie di fasi accuratamente specificate, la maggioranza di coloro che beneficiano dell’assistenza sociale – soprattutto madri single – in caso contrario rischierebbero sanzioni pecuniarie. «Può funzionare solo se ci saranno tagli radicali», pensa Tommy Thompson, governatore del Wisconsin […] Ne saranno colpiti i tossicodipendenti […] così come le madri, non appena il figlio avrà compiuto le dodici settimane.20

In sostanza la «riforma» di Clinton cancellerà l’assistenza sociale dopo due anni senza offrire alcun surrogato, ciascun individuo ne potrà usufruire al massimo per cinque anni della sua vita, indipendentemente dalla condizione economica e dalla situazione personale – oltre a questo agli individui non resta altro che «impegnarsi a lavorare» ad ogni costo, anche nelle condizioni più avvilenti, oppure la morte per inedia. L’assistenza sociale sopravvive ma viene affidata in misura sempre maggiore ad iniziative private che, naturalmente, amministrano la povertà secondo i criteri di profitto tipici dell’economia di impresa, ossia pressappoco secondo il modello della privatizzazione delle case di disciplina e di mendicità britanniche, raccomandato in passato da Bentham; di questo affare nel Texas si occupa «una società affiliata della Lockheed Martin, la maggiore produttrice di armamenti a livello globale».21 Adesso gli ideologi social-liberali tedeschi definiscono questo genere di programmi come l’«officina riformista» statunitense, raccogliendoli sotto l’etichetta de «Il futuro della solidarietà».22 Ovviamente con enorme successo. Per tessere le lodi dei lavoretti forzati per pochi soldi vengono di buon grado presentati al pubblico esemplari scelti e ben addestrati al loro ingresso in scena; è il caso, ad esempio, di Michelle Crawford, una madre di 39 anni con quattro figli, nel compiaciuto resoconto di Wirtschaftswoche:

Dopo aver vissuto per dieci anni grazie ai soldi dell’assistenza sociale adesso lavora, per 8,20 dollari l’ora, in una fabbrica di plastica nei pressi di Milwaukee; Michelle Crawford ha raccontato la sua storia di fronte alle telecamere. «Sono felice di alzarmi al mattino e di andare al lavoro» – ha dichiarato davanti a un pubblico entusiasta.23

Clay Shaw, deputato repubblicano della Florida, ha dichiarato con fierezza che gli USA, grazie a queste riforme, «stanno indicando la strada al resto del mondo».24 In effetti anche in Germania i disoccupati e i beneficiari dell’assistenza sociale subiscono vessazioni sempre più feroci da parte dei burocrati affinché non rinuncino alla ricerca incessante di un lavoretto schiavistico da miseria, fornendo per giunta la «prova» di stare facendolo davvero. In Gran Bretagna il governo di Tony Blair ha ulteriormente intensificato le già colossali pretese dell’era Thatcher; attualmente i disoccupati devono presentarsi regolarmente ai servizi sociali e una volta là giustificare il fatto di non essere riusciti a trovare alcun lavoro! L’onere della prova si è rovesciato: non è più l’«amministrazione del lavoro» che deve offrire un impiego remunerato ma sono i disoccupati a dover provare la loro ricerca indefessa di lavori sgradevoli sottopagati. Sottoposti al terzo grado della burocrazia del lavoro, oltre alle madri single, sono soprattutto i giovani: anche se nessuno concede loro la possibilità di un’«occupazione» capitalistica accettabile, invece di incassare il magro aiuto dell’assistenza sociale, magari per dedicarsi ad interessi incontrollati (ad esempio fare musica), essi dovrebbero lasciarsi devastare la vita dal capitalismo in qualsiasi caso ed «imparare» ad accettare anche l’inaccettabile.

Questo tipo di programmi prende il nome di «Welfare to Work» o, in forma abbreviata, «Workfare», ed è stato varato in tempi recenti anche in Germania come «Aiuto per il lavoro». In tutta serietà il «New labour» intende predicare agli esclusi l’«etica del lavoro vittoriana»; a questo scopo il Ministro del Tesoro Gordon Brown, in occasione del suo insediamento, ha letteralmente invocato una «crociata nazionale», per ridestare lo spirito di Thomas Carlyle. Sulla stampa britannica si parla già di «colonne di reclusi del lavoro». Ma poiché per la massa dei disoccupati e degli esclusi non ci sarà mai a disposizione un numero sufficiente di lavoretti obbligatori sottopagati sul mercato dell’offerta, ormai da tempo ormai non ci si ritrae più neppure di fronte al vero e proprio lavoro forzato sotto la regia dello Stato.

Lo spaventoso tentativo neoliberale di quadrare il cerchio, ossia di trattenere spietatamente la società, nonostante le conseguenze incontrollabili della terza rivoluzione industriali, sotto le forche caudine del capitalismo, genera adesso un «progetto combinato» dopo l’altro, tutti fallimentari in partenza. Prende così piede l’idea che fu un tempo di Milton Friedman, di liquidare l’intero sistema di sicurezza sociale (azzerando se possibile anche i diritti acquisiti), per sostituirlo con un minimo esistenziale ridefinito nella forma di un «reddito di base garantito». Questo «reddito di base» dovrebbe comunque collocarsi su di un livello estremamente basso, affinché esso non «mini la morale del lavoro» – cioè ben al di sotto del sussidio sociale attuale. Anche la conventicola di soloni traboccanti etica del «Club di Roma», guarda con simpatia a questa idea; nel suo più recente rapporto i redattori Orio Giarini e Patrick Liedtke raccomandano una variante speciale di questo progetto di immiserimento organizzato:

Nel loro mondo domina la piena occupazione, ma non come viene comunemente intesa. Chi non riesce a trovare nulla nella libera economia deve meritarsi l’aiuto dello Stato mediante attività socialmente utili – anche se si tratta di lavori sgradevoli. Un sistema duro: chi è in salute, ma inattivo, se ne resta a mani vuote. Gli autori sanno bene che tutto questo non sarebbe possibile senza la costrizione. «Tuttavia non vediamo alternative». Per garantirsi l’esistenza con un salario minimo statale, il bisognoso dovrà darsi da fare per una buona metà della settimana in attività pubbliche […] Ma anche coloro che traggono magri guadagni dal mercato del lavoro ufficiale possono aumentare il loro reddito fino al minimo esistenziale mediante un lavoro socialmente utile nei settori dell’istruzione, della sanità e dei servizi sociali. Un ruolo fondamentale ce lo ha […] ancora una volta il mercato del lavoro ufficiale […] Che per Giarini e Liedtke si avvicina molto ai sogni neoliberali. Nel loro modello gli orari di lavoro non sono soggetti a contrattazioni sindacali, le condizioni di lavoro devono essere flessibili quanto più possibile, lo Stato deve preoccuparsi solo del fatto che la concorrenza funzioni.25

Et voilà, ecco l’uovo di Colombo: lavori sottopagati senza tariffa contrattuale e privi di garanzia, più salario statale da miseria, più lavoro municipale forzato senza retribuzione alcuna; il tutto in una combinazione di responsabilità personale individuale nel quadro delle «libertà rischiose» (U. Beck). Sul piano della società complessiva questo programma è logicamente insensato proprio come tutti gli altri, in quanto non potrebbe mai funzionare sul piano macroeconomico. Ma questa miscela di sussidio sociale drasticamente ridotto e generalizzato e di lavoro obbligatorio «socialmente utile» fa palpitare il cuore di molti modernizzatori. Le municipalità stanno già facendo dei tentativi in questo senso. Ad esempio a New York quasi 40.000 beneficiari di sussidi sociali sudano il loro denaro come netturbini o come custodi di cimiteri. A Stoccarda l’amministrazione del lavoro ha pensato di infilare una tuta integrale a qualche inutile bocca da sfamare, che viene poi spedita per le strade come un «angelo giallo» a dare indicazioni stradali o raccogliere escrementi canini. Per parte sua Lipsia gratifica i suoi esclusi con lavoretti sado-masochistici, magari in impianti di compostaggio. Giovani lavoratori obbligati in Germania smantellano rottami in 250 «progetti sociali» per non dimenticare «le virtù del lavoro come la puntualità e la precisione», secondo le parole della responsabile di uno di questi progetti a Solingen.

Ma il lavoro obbligato statale e municipale funziona altrettanto poco dell’obbligo al lavoro sottopagato nell’economia di mercato: le camere locali dell’industria e del commercio sono già sul piede di guerra perché le amministrazioni comunali sostituiscono lavori contrattualizzati regolari svolti da imprese artigiane e del settore dei servizi con il lavoro obbligato gratuito, che produce così nuovi disoccupati e destinatari di sussidi sociali. Per giunta i comuni non dispongono neppure di un numero sufficiente di «posti di lavoro obbligato», anche astraendo dai costi burocratici. Persino Margaret Thatcher si dichiarava scettica a questo proposito:

L’esperienza statunitense dimostra però quanto possa essere oneroso il «Workfare» in termini di costi e come possa essere vanificato dagli ostacoli burocratici. Probabilmente, date le circostanze, la cosa più importante è semplicemente una riduzione generale della spesa pubblica e soprattutto dei costi sociali.26

Detto altrimenti: tagliamo o sopprimiamo totalmente l’assistenza sociale e lasciamo gli individui al loro destino, così da non interferire più troppo a lungo con le «leggi di natura». Non potendo abolire del tutto le elemosine del Leviatano, per angariare i beneficiari dell’aiuto sociale rimane solo lo strumento dell’«abuso dell’assistenza sociale», un altro concetto polemico della crociata neoliberale. Con esso si intende l’ottenimento fraudolento di prestazioni sociali da parte di chi non ne ha alcun diritto, oppure è stato escluso dal godimento di tale diritto e, soprattutto, «nasconde» altre entrate. Siccome gli avvilenti oboli dello Stato vengono distribuiti con occhi torvi, l’amministrazione della povertà calcola subito ogni reddito o patrimonio supplementare come una somma da detrarre dal sussidio sociale. Questo vale per le madri single, che ricevono dai genitori un paio di marchi, per i giovani, che lavorano clandestinamente per qualche ora in nero, o per i disoccupati di lungo periodo che magari ereditano qualche centinaio di marchi.

E allora? Ciò che viene denunciato qui in maniera infame come un «abuso» non è in fondo altro che l’appropriazione di una frazione minuscola della ricchezza sociale, che il capitalismo sottrae ai diseredati in ossequio alle sue leggi demenziali. Anche un richiedente asilo che se ne va in giro a truffare gli assistenti sociali di mezza Germania e che grazie alla sua frode si concede la sciocchezza di un orologio di marca, non fa altro che impossessarsi di una piccola parte della ricchezza cento o mille volte maggiore che gli spetterebbe in quanto uomo se le forze produttive attuali fossero utilizzate in maniera più razionale. L’odio protestante dei burocrati democratici, degli ideologi del lavoro e degli aguzzini dell’umanità mantiene i potenziali di ricchezza sotto il bando delle restrizioni capitalistiche, per poi rivolgersi con un atteggiamento di superiorità moraleggiante contro coloro che conservano ancora un residuo di ragione e di autentico amor proprio nei confronti di questo sistema. In questo senso la «Commissione per il futuro» bavarese-sassone adopra espressioni particolarmente nauseanti:

Infine gli abusi come la percezione indebita dei trasferimenti sociali […] dovranno essere combattuti con maggiore coerenza che nel passato. Questa battaglia sarà però coronata da successo solo se si semplifica il lavoro legale, soprattutto se diminuiscono i suoi costi, e poi, condizione strettamente legata alla precedente, se qualsiasi genere di abuso va incontro al biasimo sociale. Se il clima generale si disinteressa degli abusi dello Stato sociale o dell’occupazione illegale, gli interventi dello Stato, perlomeno in una comunità liberale, potranno conseguire soltanto successi isolati.27

Questo invito esplicito al pedinamento e alla denuncia vicendevole allo scopo di garantire il livello generale di miseria e intensificare così la pressione verso il lavoro a basso salario, lo potevano formulare anche i nazisti. Non si potrebbe esplicitare più chiaramente che la «comunità liberale» non è altro che la prosecuzione lineare del sistema del Blockwart.28 In qualche caso questo pedinamento sociale è già divenuto formalmente un «lavoro». Perlomeno in Baviera, come documenta questa inserzione, è stata inventata la professione dell’«investigatore di abusi»:

La circoscrizione Bad Tölz-Wolfratshausen assume nel giro di brevissimo tempo collaboratori interni in qualità di investigatori nel settore degli abusi dell’assistenza sociale. Il lavoro consiste nel verificare la legittimità del ricevimento delle prestazioni e nello scoprire gli abusi. La tipologia è quella dei contratti di lavoro da 610 marchi, senza assicurazione sociale, inizialmente per un periodo di un anno. Si richiedono abilità relazionale, contegno sicuro, reputazione irreprensibile, disponibilità ad orari di lavoro flessibili […].29

Questa perversione oltrepassa ogni limite: la persecuzione dei beneficiari dell’assistenza sociale viene affidata a lavoratori precari con salari da fame. Nel Regno Unito è un’ovvietà già da molto tempo. In quel paese tremila «detective sociali» sono attualmente impegnati a stanare i «truffatori dei sussidi sociali»: «Gli investigatori sono tenuti a realizzare ben precisi obiettivi di rendimento; ad esempio un team di cinque detective deve recuperare circa 14.000 marchi al mese».30 Di fronte a una situazione di questo genere e all’assenza di qualsivoglia movimento di opposizione sociale (in questa fase a regnare è, apparentemente, la più totale incapacità di intendere e di volere) come ultima via d’uscita che possa mettere in risalto l’autostima degli esclusi resta solo la criminalità. Se non è più possibile formulare alcuna opposizione collettiva contro il sistema del terrore dominante, scocca l’ora di una irriflessiva ribellione individuale.

Come avviene in tutte le epoche in cui il sistema di sfruttamento egemone non ha più nulla da offrire agli uomini, proliferano improvvisamente predoni e fuorilegge. Non è forse meglio morire a testa alta, con le armi in pugno, che vivere una vita fatta di biancheria razionata, della raccolta di escrementi canini, che trasformarsi fatalmente nello zimbello dei «benestanti»?

Di norma sono indubbiamente le nature più forti ed orgogliose che si decidono per la rottura aperta con la legalità, dispiegando quindi un’energia che avrebbe meritato miglior sorte. Infatti, com’è logico, non abbiamo certo sempre a che fare con dei piccoli Robin Hood. La criminalità non è mai il prodotto di una coscienza critica ma solo la prosecuzione della concorrenza con altri mezzi. E nella catastrofe del tardo capitalismo i ragazzi socializzati dalla concorrenza universale non hanno per nulla voglia, e magari non sono neppure in condizione, di risparmiare i poveri da rapine e sopraffazioni come forse facevano in passato certe bande di predoni. L’imbarbarimento delle strutture si accompagna ad una diffusa e generale predisposizione alla violenza, che ad esempio si esprime nel fatto che gli adolescenti strappano scarpe sportive di marca dai piedi dei loro coetanei (un crimine emblematico che nel frattempo si è diffuso in tutto il mondo). D’altro canto si tratta spesso solo di ladruncoli da centri commerciali e supermercati ovvero, almeno fino ad un certo punto, di furti di lieve entità, grazie ai quali sempre più individui, soprattutto giovani, tentano di partecipare a un consumo di merci che è loro interdetto ma che allo stesso tempo l’onnipresente sfera mediatica instilla ininterrottamente nelle loro coscienze come fine dell’esistenza.

Per un certo periodo la coscienza dell’opinione pubblica borghese ha reagito al fenomeno della criminalità di massa – inevitabile effetto collaterale della strutturale disoccupazione di massa– con una pedagogia a base di ipocrita comprensione: a cosa si deve questa depravazione morale? Forse l’educazione famigliare non funziona più oppure si tratta di un fallimento della scuola? Comunque sia la colpa non è certo della meravigliosa economia di mercato. Adesso però la crociata neoliberale, anche in questo campo, ha innalzato da tempo il vessillo della nuda repressione. Su un barlume di comprensione e di riguardo da parte degli assistenti sociali e sulla possibilità di frequentare i centri di aggregazione per il tempo libero possono contare, almeno in Germania, soltanto i giovani picchiatori neonazisti, che scaraventano i disabili fuori dalle loro sedie a rotelle, insultandoli come «fattori di costo»; si sa, ogni tanto i nostri «ragazzi» esagerano un pochino e quindi bisogna tenerli a freno. Ma al cospetto della massiccia violazione della sacra proprietà privata si leva invece in tutto il mondo il grido di battaglia della crociata neoliberale: «Zero Tolerance»!

Sembra che l’inventore di questo slogan sia Rudolph Giuliani, sindaco repubblicano di New York, il cui capo della polizia William Bratton si è già detto favorevole all’adozione di procedure ferree anche per i delitti di minore entità. Tutto questo non si traduce solo nell’idea per cui «è meglio arrestare qualche individuo in più che in meno, sottoporre a perquisizione interi isolati, in cui si è verificato un fatto sospetto, con un massiccio schieramento di polizia» (Baier 1998) ma anche in una maggior disinvoltura nell’uso delle armi da fuoco. Già un certo numero di persone disarmate, semplicemente sospettate di un crimine (e naturalmente soprattutto nei ghetti miserabili), sono state ferite dai proiettili della polizia; una prassi che, gradualmente, sembra fare scuola anche altrove. All’inizio del 1999 è stata organizzata a New York una dimostrazione di protesta contro gli intollerabili arbitrii e la brutalità della polizia. Gli «esperti della sicurezza» invitano gli stessi turisti a non fare «movimenti sospetti» nel caso si trovassero a che fare con la polizia statunitense. Da allora, secondo il settimanale Time, New York si è trasformata nella «Lourdes dell’attività poliziesca»: un flusso interminabile di ufficiali di polizia, amministratori comunali, assistenti sociali e criminologi provenienti da tutto il mondo compie il suo pellegrinaggio verso la Mecca della «tolleranza zero» per imparare «come si fa».

Negli ultimi anni l’80% delle città statunitensi ha decretato il coprifuoco per gli adolescenti; questo «codice di guerra minorile», incoraggiato in molti Stati, è già divenuto prassi anche in Polonia: nella città di Radom, per chi ha meno di 18 anni non è più possibile mettere piede in strada dalle 23 della sera precedente fino alle sei del mattino. Anche l’Olanda si è uniformata alla linea dura:

Nel capoluogo della Frisia la polizia non conosce pietà. Stando alle dichiarazioni del pubblico ministero Klaas Bunk dall’inizio dell’anno è in vigore qui «il principio della tolleranza zero». Qualsiasi infrazione, anche se lieve, viene subito punita […] Secondo il sindaco di Leeuward, Hayo Apotheker, il «modello Polder» diventerà un paradigma per l’Europa […] non solo per il contenimento dei costi del Welfare […] Il clima sociale nei Paesi Bassi è radicalmente mutato […] – scrive il quotidiano De Volkskrant – si sta ora facendo strada la convinzione secondo cui la convivenza civile si logora se vengono tollerate le piccole trasgressioni.31

Negli USA è stata perfino reintrodotta l’usanza medievale della gogna o della colonna infame per umiliare i delinquenti. Capita di frequente che qualche giovane taccheggiatore sia costretto a trattenersi davanti al negozio che ha derubato portando tavolette con la scritta: «Sono un ladro. Ho rubato in questo negozio». A Minneapolis la polizia locale organizza regolarmente cerimonie di umiliazione pubblica sotto l’etichetta dell’«ora della vergogna» e a Kansas City un network televisivo locale fa profitti diffondendo le fotografie e i delitti dei pregiudicati.32 Sono sempre più i giovani criminali che vengono puniti come gli adulti e i sedicenni che vengono giustiziati. L’idea che i minori debbano sottostare ad uno specifico diritto penale appare oggi superata negli USA. E in Europa si levano voci che mirano ad abbassare l’età oltre la quale è previsto il carcere (nel 1997 il gruppo CSU al Bundestag) per «arginare la criminalità giovanile» e facilitare l’internamento in «case di reclusione». Quale sia la situazione in questi istituti e presto altrove, lo testimonia un rapporto circa un carcere minorile nel Texas:

Nel dormitorio spoglio, arredato con trenta letti a castello, sfolgorano abbaglianti le luci al neon. Dagli altoparlanti gracchianti, alle sei e mezza del mattino, una tromba fa risuonare un acuto segnale di risveglio. Un secondo dopo tredici ragazzi dalla testa rasata, con indosso solo la biancheria intima, saltano giù dalle loro cuccette e cercano freneticamente i vestiti […] In mezzo a loro si muovono con arroganza due sorveglianti, noti anche come «Drill Instructors», che sbraitano ordini con voce rauca […] Negli USA il numero di questi «Bootcamps», come vengono chiamati comunemente gli istituti di correzione per la loro somiglianza con i campi per l’addestramento di base dei soldati, è in continuo aumento […] Su di un campo di esercitazione il «Drill Lieutenant» incita […] i prigionieri lungo un percorso a ostacoli. Li costringe a marciare, correre e strisciare in avanti sul terreno […] punizioni severe vengono inflitte a chi parla con un membro di un altro gruppo. Non è permesso alcun contatto tra i prigionieri. I trasgressori devono spostare nella calura della postazione di esercizio un mucchio di grosse pietre da un angolo del cortile a un altro […] Chi dimentica più di una volta la chiave del proprio armadietto, deve trasportare per una settimana il suo contenuto in uno zaino dovunque vada […].33

È inoltre la meta di torpedoni carichi di «minorenni problematici», costretti a guardare questa pratica a fini deterrenti. Si tratta chiaramente dei vecchi metodi alla Bentham del tardo XVIII secolo, che il capitalismo, nonostante tutti i processi di interiorizzazione, è ancora costretto a rispolverare – un chiaro indizio dell’incombente fallimento totale dell’intero programma di condizionamento; le spaventose contraddizioni del capitalismo possono essere domate solo attraverso violenza, vessazioni ed esortazioni morali dal suono sempre più ottuso. Ad esempio l’ex-cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt ha diffuso un «Catalogo dei doveri dell’uomo» da inculcare alle nuove generazioni. Già durante l’era Thatcher la Commissione statale per i programmi scolastici in Gran Bretagna aveva redatto uno «Statement of Shared Values», che gli scolari avrebbero dovuto imparare a memoria. In che modo le maniere forti possano essere di giovamento lo aveva già spiegato chiaramente la «Lady di ferro»:

Nei miei contributi al dibattito in corso mi sono battuta per una nuova clausola, che due di noi desideravano fosse inclusa nell’attuale progetto di diritto penale e che prevedeva l’introduzione di punizioni corporali per i giovani delinquenti.34

Tony Blair aveva già confessato di fronte all’opinione pubblica di aver picchiato i propri figli. Naturalmente però contro i figli degli inservibili occorre intervenire con metodi essenzialmente più drastici. Già da tempo in Francia le truppe alpine e paracadutistiche vengono addestrate per gli scontri di strada, così da lanciare interventi militari, in caso di necessità, contro i «riots» nelle periferie.35 E se adolescenti e giovani delinquenti subiscono ovunque la repressione più brutale anche per crimini di scarsissimo rilievo, lo stesso vale ovviamente, e con ancor più forza, per gli adulti. Anche in questo caso lo spettro si estende dal sopruso fino al terrorismo manifesto. In tutta Europa i «paladini dell’ordine» della classe politica sono pronti a scacciare i poveri, i mendicanti, i giovani disoccupati etc. dai centri cittadini, in modo da risparmiare ai benestanti a passeggio la loro vista e le loro molestie. I resoconti su questo tema assomigliano come una goccia d’acqua a quelli del primo Ottocento.

Con il passare degli anni le disposizioni in questo senso si fanno sempre più arcigne. A Francoforte sul Meno e in altre città tedesche, è entrata in vigore dall’inizio del 1999 un’ordinanza che criminalizza il «bivacco nelle aree pubbliche» e il consumo di bevande alcoliche per la strada. Accade di frequente che i mendicanti vengano malmenati o perfino caricati su auto della polizia e abbandonati da qualche parte, molto al di fuori della città, in aperta campagna. I racconti che descrivono le pesantissime aggressioni della polizia nei confronti di immigrati, piccoli malviventi o semplicemente di poveri «sospetti» sono in continuo aumento in tutti i centri capitalistici. Amnesty International punta il dito contro le atrocità esercitate in grande stile nelle prigioni statunitensi. Solo per fare qualche esempio, le detenute sono costrette a farsi la doccia in presenza di sorveglianti maschi e a lasciarsi penetrare la vagina con le dita, mentre gli stupri da parte del personale di sorveglianza sono all’ordine del giorno. Persino le prigioniere gravide subiscono severi maltrattamenti: «Alcune donne restano legate durante il parto, altre se ne stanno incatenate per ore al letto nonostante gravi emorragie».36 In Alabama i prigionieri «renitenti al lavoro» vengono ammanettati a un palo sotto una canicola spaventosa e si impedisce loro perfino di soddisfare i bisogni corporali fino a quando non dichiarano la loro disponibilità al lavoro. Cosa succede già ora nelle carceri ce lo illustra anche la vicenda del «più spietato sceriffo d’America»:

Nel deserto dell’Arizona, tra i depositi dei rifiuti e il crematorio per i cadaveri degli animali morti della capitale Phoenix, è sorta negli ultimi quattro anni una tendopoli che gode di una fama sinistra. I condannati che non trovano posto nelle sovraffollate prigioni di Maricopa County vengono alloggiati qui, in vecchie tende dell’esercito. D’estate le temperature sfiorano i 50 gradi; quando piove i prigionieri si arrangiano a riparare i buchi nelle tende con il dentifricio […] Questa «tent city» nel deserto dell’Arizona è un’invenzione di Joe Arpaio […] Lui stesso si definisce orgogliosamente come il più spietato sceriffo d’America […] Tenta di rendere la vita dei prigionieri quanto più difficile possibile. Ad esempio sia gli uomini che le donne portano pesanti catene ai piedi quando rimuovono la spazzatura ed estirpano le erbacce nel centro di Phoenix o lungo le strade secondarie. Per pranzo, invece di un pasto caldo ricevono sandwich imbottiti con salumi scadenti, avariati, dal colore verdastro, ormai invendibili. Arpaio mena vanto del fatto di aver ridotto con questo stratagemma i costi di un pranzo da due dollari a trenta centesimi. Si cerca di risparmiare anche sulle sepolture. Quando un detenuto muore all’interramento non provvede un’agenzia di pompe funebri ma ci pensano i prigionieri stessi […] Tutti i detenuti sono costretti ad indossare indumenti intimi di colore rosa […] Questa iniziativa ha avuto una tale risonanza a Phoenix che lo sceriffo nel fine settimana vende nei centri commerciali biancheria intima di colore rosa, con tanto di autografo, per dieci dollari al pezzo. Il ricavo va a favore dei tremila uomini dell’energica Guardia civile, da lui stesso fondata. Ne fanno parte medici, avvocati e persino il governatore dell’Arizona […]».37

È questa la libertà occidentale, è questo il liberalismo nella sua forma più pura. Proprio in nome di tali condizioni e di tali principi ci si è dati la pena di insegnare le buone maniere, a forza di bombardamenti a tappeto, a regimi dittatoriali come quello jugoslavo di Milosevic. Ovunque nel mondo occidentale prende rapidamente piede la «criminalizzazione della povertà» e la «marcia trionfale dello Stato penale»:38

Nel frattempo lo Stato disciplinare sta lavorando metodicamente alla costruzione di un reticolato che dovrebbe sostituire la vecchia rete sociale dello Stato del benessere in via di lacerazione […] Il primo metodo – che diviene visibile solo agli occhi degli interessati – consiste nella trasformazione dei servizi sociali tradizionali in strumenti di sorveglianza e di controllo delle nuove «classi pericolose» […] Il secondo metodo, quello della politica del «contenimento repressivo», consiste nel ricorso massiccio e sistematico all’istituzione carceraria. Dopo una riduzione […] nel corso degli anni Sessanta, in seguito il numero dei reclusi negli Stati Uniti è letteralmente esploso […].39

Nel 1996 le carceri statunitensi ospitavano già più di 1,6 milioni di persone, generalmente in condizioni disumane, un numero pressoché raddoppiato nel giro di un decennio. Attualmente esso si approssima alla soglia dei due milioni, contribuendo, tra l’altro, al miglioramento delle statistiche sulla disoccupazione. E così, come poté constatare con stupore Wirtschaftswoche (52/1997), la prima potenza del mondo democratico vanta una «percentuale di reclusi» rispetto alla popolazione complessiva che è già superiore a quella dell’Unione Sovietica stalinista dei tempi dei gulag. Con una certa dose di ironia la stampa fece notare che se il ritmo della criminalizzazione fosse rimasto costante, l’intera popolazione americana sarebbe finita dietro le sbarre all’incirca verso la metà del XXI secolo. In progetto c’è la costruzione di nuovi e giganteschi complessi carcerari; per questo scopo il Texas ha stanziato da solo più di due miliardi di dollari fino al 2000. Anche la Gran Bretagna, alla metà degli anni Novanta, ha messo in preventivo nel suo bilancio molti miliardi di sterline per la realizzazione di nuove prigioni, così da «creare» decine di migliaia di nuove celle; pure in Germania e sul resto del continente c’è stato un aumento altrettanto drastico della spesa per le prigioni e per gli strumenti di repressione che va di pari passo con la decurtazione dei trasferimenti sociali.

Allo stesso tempo, naturalmente, la microelettronica ha messo a disposizione sistemi orwelliani di sorveglianza di tutti i generi, sempre più perfezionati ed applicati su scala più estesa rispetto all’epoca fordista. Gli apparati dello Stato e le compagnie private utilizzano «sistemi di informazione» elettronici per la raccolta di dati personali in modo da creare individui assolutamente «trasparenti» e realizzare così una volta per tutte il sogno di tutti gli addestratori dell’umanità dai tempi di Bentham. Anno dopo anno, il «controllo incrociato» dei dati tra le istituzioni capitalistiche private e quelle pubbliche, finalizzate alla gestione degli individui, alla repressione e al controllo, si fa sempre più intenso. A tale scopo non è neppure necessaria una strategia particolare, in quanto questo processo di fusione digitale degli apparati di controllo si realizza in maniera piuttosto osmotica in virtù della dinamica autonoma del sistema e dei suoi processi di crisi. La sorveglianza degli spazi è addirittura capillare e non richiede neppure l’impiego di sistemi di osservazione satellitare ad alta risoluzione (che finora sono stati utilizzati più che altro a scopi militari) visto che nelle città la popolazione viene tenuta sotto controllo da generazioni sempre nuove di telecamere di sorveglianza, perfezionate da dispositivi elettronici, che sono perfino in grado di identificare automaticamente gli individui sospetti grazie ad immagini già memorizzate in precedenza. Sembra proprio che, al presente, all’avanguardia in questo settore ci sia la Gran Bretagna:

In una ricerca per l’Università di Hull il criminologo e sociologo Clive Norris è giunto alla conclusione che le attuali tecniche automatiche di riconoscimento potrebbero consentire al governo di controllare ogni singolo cittadino […] Nessuno sa con precisione quante telecamere a circuito chiuso siano installate sugli edifici e nei luoghi pubblici […] Il Grande Fratello non fa poi tanta paura, in fondo è ormai uno di famiglia […] A Newcastle, dove le autorità sono orgogliose della «eccellenza» internazionale del loro paese nel campo delle tecnologie di sorveglianza, la polizia, dopo alcuni tumulti di strada, ha distribuito alla stampa immagini provenienti da telecamere a circuito chiuso. Un quotidiano, il Newcastle Evening Chronicle, ha pubblicato le foto di un centinaio di questi disturbatori della quiete pubblica per trasformare i lettori in amici e collaboratori della polizia. Avrebbero dovuto identificare e denunciare le persone raffigurate.40

Mentre nella caldaia capitalistica la pressione sale incessantemente, le élite funzionali, prive ormai di inibizioni, disinnestano con gioia malvagia tutte le valvole di sfogo. È solo una questione di tempo perché anche nei centri occidentali la facciata della democrazia e dell’economia di mercato e la normalità della «società civile» si dissolvano. Fino a che punto sia divenuta insostenibile la situazione lo si può leggere anche dai ruvidi contrasti in seno alla crociata neoliberale e ai suoi barbarici regimi dell’amministrazione della crisi: l’ultimo stadio dell’interiorizzazione del capitalismo, quello degli uomini come «imprenditori della loro forza-lavoro», si concilia assai poco con il regime del terrore aperto e della reclusione dello Stato schiavista democratico, così come gli apparati di controllo microelettronici benthamiani con il ritorno della gogna medioevale o la massiccia «superfluità» degli uomini liquidati in nome della razionalizzazione con l’assurda risurrezione della morale vittoriana del lavoro. Nel suo tentativo di reagire alla crisi del XXI secolo con i metodi del XVIII, la democrazia genera al suo interno nuovi gulag e una nuova «epoca della disperazione».

(Traduzione dal tedesco di Samuele Cerea)

—–
Note:

1. C. Schütte, Heroische Annahmen. Ökonomie-Preisträger Robert Lucas sprengte die Fundamente des alten Keynesismus in Wirtschaftswoche 42/1995.

2. Ibidem.

3. M. Friedman, Kapitalismus und Freiheit, Stoccarda, 1971, p. 63.

4. Ibidem, p. 164.

5. M. Thatcher, Downing Street n° 10. Die Erinnerungen, Düsseldorf, 1993, p. 395.

6. M. Thatcher, Die Erinnerungen 1925-1975, Düsseldorf, 1995, p. 267.

7. O. G. Lambsdorff, Die menschliche Ordnung. Über die Miβverständnisse der Kirchen mir der sozialen Marktwirtschaft in Wirtschaftswoche, 26/1997.

8. U. Beck/E. Beck-Gernsheim, Il normale caos dell’amore, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, pp. 62-63. Traduzione di A. Civato, A. Borsari e F. Frontini.

9. Ibidem, p. 62.

10. Kommission für Zukunftsfragen der Freistaaten Bayern und Sachsen: Erwerbstätigkeit und Arbeitslosigkeit in Deutschland. Entwicklung, Ursachen und Maßnahmen. Teil III, Maßnahmen zur Verbesserung der Beschäftigungslage, Bonn, 1997, p. 35.

11. W. Reitzle, Die neue Rolle der Arbeitgeber in Arbeit der Zukunft – Zukunft der Arbeit, Stoccarda, 1994, p. 216 e ss.

12. Kommission für Zukunftsfragen, p. 17 e ss.

13. Ibidem, p. 29.

14. D. Buhl, Die SPD stellt sich. Soziale Gerechtigkeit – aber wie? in Die Zeit 32/1999.

15. F. von Hayek, Individualismus und wirtschaftliche Ordnung, Salisburgo, 1976, p. 147.

16. Wirtschaftswoche 16/1997.

17. J. Eltzschig, Sparen bei der Unterhose. Die «Wäschewechselhäufigkeit der unteren Einkommensgruppen» treibt Minister Seehofer um in Junge Welt, 4/4/1997.

18. M. Thatcher, Die Erinnerungen 1925-1975, Düsseldorf, 1995, p. 648.

19. C Widmann, Der Armen überdrüssig. Über die Demontage des amerikanischen Sozialstaats in Der Spiegel 46/1995.

20. Der Spiegel, 48/1997.

21. Die Zeit, 20/1997.

22. Die Zeit, 15/1999.

23. Wirtschaftswoche, 20/1999.

24. Wirtschaftswoche, 33/7/1996.

25. J.Heuser/E. Martens, Zwischen Zwang und Spaβ. Gibt es staatliche Unterstützung künftig nur noch gegen Arbeit? in Die Zeit 10/1998.

26. M. Thatcher, Die Erinnerungen, 1925-1979, p. 648 e s.

27. Kommission für Zukunftsfragen, p. 30.

28. Il Blockwart (o Blockleiter) era un funzionario di basso rango nella gerarchia del Partito nazionalsocialista incaricato dell’organizzazione politica di quartiere. Si occupava della propaganda ma soprattutto del controllo politico dei cittadini raccogliendo informazioni circa eventuali attività di dissidenza (N.d.T.).

29. Abendzeitung 8/4/1997.

30. Ibidem.

31. Der Spiegel, 19/1998.

32. F. Diederichs, Zur Strafe. Schämen in der Öffentlichkeit. Stunde der Schande ist beliebtes Spektakel in Nürnberger Nachrichten, 8/6/1999.

33. Neue Zürcher Zeitung, 22/6/1996.

34. M. Thatcher, Die Erinnerungen, 1925-1979, p. 144.

35. Der Spiegel 45/1995.

36. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 24/3/1999.

37. Neue Zürcher Zeitung, 26/9/1997.

38. L. Wacquant, Vom wohltätigen Staat zum strafenden Staat. Über den politischen Umgang mit Armut und Elend in den USA in Frankfurter Rundschau, 12/7/1997.

39. L. Wacquant, op. cit.

40. Der Spiegel, 9/1998.

Print Friendly, PDF & Email

Robert Kurz

Robert Kurz (1943-2012). Ha sviluppato una critica radicale della modernità e una nuova teoria della crisi mondiale attraverso l’analisi del sistema globale del capitalismo. Le sue teorie sono state pubblicate sulle riviste teoriche “Krisis” e “Exit!” e in numerosi libri. Di Kurz sono apparsi in Italia "La fine della politica e l’apoteosi del denaro", "L’onore perduto del lavoro", il "Manifesto contro il lavoro", "Ragione sanguinaria" e "Il collasso della modernizzazione".

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.