Decrescenti, ancora uno sforzo…!

Cari lettori,

Pubblichiamo, dopo la lunga pausa estiva, un articolo di Anselm Jappe indispensabile al dibattito decrescita-critica del valore. Dibattito che occuperà ancora le nostre pagine, e presto.

«Decrescenti ancora uno sforzo!», che ho tradotto qualche anno fa con la supervisione di Anselm Jappe e direttamente dalla lezione pubblicata in Francia nella seconda parte del libro Crédit à mort1, circolava in rete, fino ad oggi, in una versione priva di una consistente parte centrale.

La traduzione è già stata pubblicata in appendice al libro «Uscire dall’economia», Mimesis, 2014, curato dal nostro Massimo Maggini.

Buona lettura,

                                            Riccardo Frola.

 

Nell’immagine: Anselm Jappe e Riccardo Frola a Torino.

 


Il discorso della “decrescita” è una fra le rare proposte teoriche un poco innovative apparse negli ultimi decenni.

La parte del pubblico, ancora molto ristretta, che è attualmente sensibile a questa proposta, sta aumentando incontestabilmente. Questo successo segnala una presa di coscienza di fronte ad un’evidenza: lo sviluppo del capitalismo ci sta trascinando ormai verso una catastrofe ecologica, e non saranno certamente delle automobili meno inquinanti, o qualche filtro in più, a risolvere il problema. Si diffonde una sfiducia nei confronti dell’idea stessa che una crescita economica perpetua sia sempre e comunque desiderabile. Allo stesso tempo, l’insoddisfazione aumenta anche nei confronti di quelle critiche che rimproverano al capitalismo esclusivamente l’ingiusta distribuzione dei suoi frutti, o soltanto i suoi “eccessi”, come le guerre e le violazioni dei “diritti umani”. L’attenzione rivolta al concetto di decrescita, insomma, traduce l’opinione sempre più diffusa che sia l’intera direzione del viaggio intrapreso dalla nostra società ad essere, almeno da qualche decennio, errata e che ci si trovi ormai di fronte ad una “crisi di civilizzazione”, che coinvolge tutti i valori sociali, persino al livello della vita quotidiana (culto del consumo, della velocità, della tecnologia, etc.). Siamo entrati in una crisi che è economica, ecologica ed energetica allo stesso tempo.

La decrescita ha il pregio di prendere in considerazione ognuno di questi aspetti, nella loro interazione, e senza avere la pretesa di “rilanciare la crescita” con l’adozione “tecnologie verdi”, come propongono molti ecologisti, o di prospettare semplicemente una gestione diversa della società industriale, come si ostinano a fare alcune delle concezioni critiche derivate dal marxismo.
La decrescita piace anche perché propone modelli di comportamento individuale che si possano cominciare a praticare qui ed ora, e perché riscopre delle virtù essenziali, come la convivialità, la generosità, la semplicità volontaria e il dono. Attira altrettanto per la sua aria gentile, che invita a credere che si possa operare un cambiamento radicale con il consenso di tutti, senza passare attraverso forti antagonismi e opposizioni. Si tratta di un riformismo che si vuole radicale.

Il pensiero della decrescita ha certamente il merito di voler rompere davvero con quel produttivismo e quell’economicismo che sono stati per lungo tempo la base comune sia della società borghese che delle sue critiche marxiste. Una critica profonda del modo di vivere capitalista sembra essere oggi, in linea di massima, più presente tra i decrescenti che, per esempio, fra i sostenitori del neo-operaismo, ancora convinti che lo sviluppo delle forze produttive (particolarmente del ramo informatico) porterà prima o poi all’emancipazione sociale.

I decrescenti tentano, inoltre, di scovare già nella vita di oggi, elementi di una società migliore, tracce spesso lasciate in eredità dalle società paleocapitaliste, come la disponibilità all’esercizio del dono. Non rischiano dunque di puntare – come qualcun altro persiste a fare – sul disfacimento completo di tutte le forme tradizionali di vita, e su quelle barbarie che si ritiene possano preparare, poi, una miracolosa rinascita.

Il problema, però, è che i teorici della decrescita restano molto sul vago quando si tratta di individuare le cause della continua rincorsa alla crescita. Nella sua critica dell’economia politica, Marx ha dimostrato che la sostituzione della forza lavoro umana con l’impiego delle tecnologie diminuisce il “valore” rappresentato in ogni merce, spingendo così il capitalismo ad aumentare di continuo la produzione. Fra le pieghe di questo meccanismo, ci si imbatte nella doppia natura della nostra “vecchia nemica”, la merce: il valore e il valore d’uso, prodotti rispettivamente dal lato astratto del lavoro e dal suo lato concreto. Questi due lati non coesistono pacificamente, ma entrano fin dall’inizio in violenta contraddizione fra loro. Prendiamo (come fa Marx stesso) l’esempio di un sarto che operi prima della rivoluzione industriale. Per la confezione di una camicia, e per la produzione delle materie prime che il sarto utilizza nel suo lavoro, occorrerà, poniamo caso, un’ora. Il “valore” della camicia, dunque, sarà di un’ora. Una volta introdotte, però, delle macchine in grado di produrre il tessuto e di cucire, diventerà possibile confezionare non più una, ma ben dieci camicie in un’ora. Il possessore di questi macchinari, messi in funzione da operai semplici, metterà allora sul mercato le camicie così prodotte, ad un prezzo molto più basso di quanto potrebbe fare il sarto. E infatti, dal momento in cui la macchina ha permesso di produrre dieci camicie in un’ora, ciascuna camicia non rappresenta ormai più che un decimo di un’ora di lavoro, e dunque sei minuti.

Il suo valore, e quindi la sua espressione monetaria, si sono abbassati notevolmente. Il proprietario di capitale ha tutto l’interesse a che l’operaio produca il più possibile nell’ora di lavoro per la quale è pagato. Facendo lavorare i suoi operai con le macchine, come nell’esempio sopra riportato, li rende in grado di fabbricare molte più camicie, e di creare dunque un profitto maggiore per sé.

L’intero capitalismo non è stato altro che una continua invenzione di nuove tecnologie finalizzate ad economizzare la forza lavoro, cioè a produrre più merci con meno forza lavoro. Ma in un regime dove il valore è dato dal lavoro, dal “dispendio di muscolo, nervo e cervello” (Marx), questa dinamica comporta un problema: il valore di ciascuna merce si abbassa, e si abbassano anche, ugualmente, il plusvalore e infine il profitto che si possono ottenere dalla merce in questione. È una contraddizione centrale che ha accompagnato il capitalismo, fin dal suo inizio, senza che questo sia mai riuscito a risolverla.
Il capitalismo è una società basata su una perpetua concorrenza, nella quale ciascun operatore economico agisce soltanto per conto proprio. Ogni proprietario di capitale in grado di introdurre una nuova macchina realizzerà un profitto maggiore dei suoi concorrenti, ottenendo più merci dai suoi operai. È dunque inevitabile che tutte quelle nuove invenzioni capaci di economizzare il lavoro siano poi effettivamente applicate. Il proprietario di capitale che le applica, realizza in un primo momento un profitto extra. Molto presto, tuttavia, il suo esempio viene imitato da tutti gli altri capitalisti, e un nuovo livello di produttività, più elevato, si instaura. Il profitto extra, allora, sparisce allora fino all’invenzione successiva. Tutto questo significa che, se una camicia non “contiene” più un’ora di lavoro, ma soltanto sei minuti, il profitto che questa camicia sarà in grado di procurare diminuirà di conseguenza.

Supponiamo un tasso di pluslavoro, e dunque di profitto, del 10%2 . In questo esempio, una camicia, la cui produzione necessiti di un’ora, conterrà dunque sei minuti di pluslavoro e un profitto equivalente in termini monetari; ma se la stessa camicia cominciasse a necessitare soltanto di sei minuti per la sua produzione, comincerebbe anche a contenere soltanto 36 secondi di pluslavoro, l’unica sorgente del profitto. Il capitalista che introduce una tecnologia per rimpiazzare del lavoro vivo realizza quindi, nell’immediato, un profitto per sé, ma contribuisce involontariamente ad abbassare il tasso di profitto generale. La stessa logica capitalista che spinge verso l’utilizzo delle tecnologie finisce dunque per segare il ramo sul quale è seduto l’intero sistema. Se non fossero entrati in gioco altri fattori, in questo contesto, il modo di produzione capitalista non sarebbe durato così a lungo. Tuttavia, esistono anche dei meccanismi di compensazione. Il più importante è l’aumento continuo della produzione. Se, nel nostro esempio, ciascuna camicia particolare non contiene più che un decimo del profitto ottenuto prima con la camicia confezionata dal sarto, sarà allora sufficiente produrre non soltanto dieci camicie al posto di una, ma dodici, affinché la diminuzione del profitto contenuto in ogni merce non sia soltanto compensato, ma sovracompensato. Tutta la storia del capitalismo ha coinciso con un aumento continuo della produzione di merci finalizzato a far sì che la diminuzione del profitto contenuto in ogni merce singola venisse più che compensata dall’aumento globale della massa di merci. Così, dodici camicie contenenti ciascuna una dose minima di profitto fruttano alla fine più di una camicia che contiene un profitto maggiore. Questa dinamica svela anche il motivo dell’eterna ricerca di sempre nuovi settori di valorizzazione. Il caso più eclatante fu quello dell’industria automobilistica: un prodotto, l’automobile, che fu all’inizio un bene di lusso, divenne di utilizzo corrente dopo la Seconda guerra mondiale, riuscendo così ad aprire un campo enorme per nuovi profitti. Tuttavia, questo processo riuscì a mala pena a controbilanciare la tendenza endemica della produzione, non soltanto alla diminuzione del tasso di profitto (e non è che sotto questa forma riduttiva che il problema è stato discusso dai marxisti tradizionali), ma anche della massa di valore complessiva in quanto tale.

È in questa logica che si trova la causa profonda della crisi ecologica. Ma il discorso ecologista interpreta di sovente la crisi ecologica come la conseguenza di un errato atteggiamento degli uomini nei confronti della natura; come il risultato di una specie di avidità, di rapacità radicate nell’essere umano. Oppure si afferma che il problema ecologico possa essere risolto all’interno della società capitalista, grazie ad un cosiddetto “capitalismo verde”. Si discute allora della creazione di nuovi posti di lavoro nel settore ecologico, di un’industria più pulita, di energie rinnovabili, di filtri, di crediti di carbonio… in verità si sottolinea troppo di rado che la crisi ecologica in sé è strettamente legata alla logica stessa del capitalismo. Ed è sempre per la ragione che si è cercato di evocare qui: se dieci camicie prodotte dall’industria contengono soltanto lo stesso profitto di una camicia artigianale, bisognerà allora produrne (almeno) dieci. Le dieci camicie industriali rappresentano molta più materia concreta; ma tutte insieme hanno lo stesso valore di una camicia artigianale – infatti, è necessaria sempre soltanto un’ora per produrle. In un regime capitalista è necessario produrre, e in seguito vendere dieci camicie – e dunque consumare dieci volte più risorse – per ottenere, alla fine, la stessa quantità di valore, e dunque di denaro.

Dopo duecento anni, il capitalismo cerca di scampare alla sua fine aumentando di continuo la produzione, correndo sempre un poco più veloce della sua tendenza a crollare. Ma se il valore non riesce ormai più ad accrescersi, e, anzi, diminuisce, ciò che cresce incessantemente è il consumo delle risorse, l’inquinamento e la distruzione.

Il capitalismo sembra ormai uno stregone costretto a gettare ogni cosa concreta nel grande calderone della mercificazione, per evitare che tutto si arresti. La crisi ecologica non può trovare risoluzione all’interno del quadro capitalista, che ha bisogno di crescere in permanenza, di consumare sempre più materia al solo fine di compensare la diminuzione della sua massa di valore. Ecco perché le proposte di uno “sviluppo durevole e sostenibile” o di un “capitalismo verde” non possono avere un esito positivo: perché presuppongono che la bestia capitalista possa essere addomesticata, e cioè che il capitalismo possa scegliere di arrestare la sua crescita per restare stabile e riuscire così a contenere i danni che causa.

Ma questa speranza è vana: finché la sostituzione della forza lavoro con le tecnologie prosegue e, contemporaneamente, il valore continua a essere costituito dalla quota di lavoro che un prodotto contiene, sarà sempre necessario sviluppare la produzione in termini materiali, e dunque di utilizzare più risorse e inquinare a più larga scala.
Si può desiderare un’altra forma di società; ma non un tipo di capitalismo diverso dal “capitalismo realmente esistente”. Sono le categorie di base del capitalismo – il lavoro astratto, il valore, la merce, il denaro, che non appartengono affatto ad ogni modo di produzione, ma al solo capitalismo – a generare il suo cieco dinamismo.

Al di là del limite esterno, costituito dallo sfruttamento delle risorse, il sistema capitalista conteneva dunque fin dall’inizio anche un limite interno: dover ridurre – a causa della concorrenza – quel lavoro vivo che è, allo stesso tempo, l’unica sorgente del valore. Da qualche decennio, sembra che questo limite sia stato raggiunto: la produzione di valore “reale”, ormai, è stata largamente rimpiazzata dalla sua simulazione nella sfera finanziaria. D’altronde, il limite esterno e quello interno hanno cominciato a venire alla luce del sole nello stesso istante: verso il 1970. Se il capitalismo non può esistere che come fuga in avanti e come crescita materiale perpetua tesa a compensare la diminuzione del valore, allora una vera “decrescita” non sarà possibile che al prezzo di una rottura totale con la produzione di merci e di denaro.

I “decrescenti”, generalmente, indietreggiano di fronte a questa conclusione, considerandola troppo “utopica”. Alcuni hanno lanciato lo slogan “Uscire dall’economia”. Ma la maggior parte resta nel quadro di una “scienza economica alternativa” e sembra credere che la tirannia della crescita non sia che una specie di malinteso da dissolvere a colpi di simposi scientifici, e di discussioni sul metodo migliore per calcolare il prodotto interno lordo. Molti decrescenti cascano nel trabocchetto della politica tradizionale, vogliono partecipare alle elezioni, tentano di far sottoscrivere dei “patti” agli amministratori. A volte, la decrescita si trasforma persino in un discorso un po’ snob, utilizzato da ricchi borghesi che sedano i propri sensi di colpa raccattando ostentatamente fra i rifiuti gli ortaggi avanzati dopo il mercato. E converrebbe ugualmente interrogarsi sul motivo dell’interesse che una certa “Nuova destra” ha dimostrato nei confronti della decrescita, come anche sul rischio di ricadere in un’apologia unilaterale delle società “tradizionali” del Sud del mondo.

Ci vuole una certa ingenuità per credere che la decrescita possa realmente diventare la politica ufficiale della Commissione europea, o qualcosa del genere. Un “capitalismo decrescente” sarebbe una contraddizione in termini, tanto impossibile quanto un “capitalismo ecologico”. Se la decrescita non vorrà ridursi ad accompagnare e giustificare l’impoverimento “crescente” della società – e questo è un rischio reale: una retorica della frugalità potrebbe servire perfettamente ad indorare la pillola ai nuovi poveri e a trasformare una dura necessità, come quella di rovistare nella spazzatura, in un’apparente scelta volontaria –, dovrà prepararsi a degli scontri, e a degli antagonismi. Ma questi antagonismi non coincideranno più con gli antichi spartiacque segnati dalla “lotta di classe”. Il necessario superamento del paradigma produttivista – e dei modi di vivere che lo accompagnano – troverà resistenze in ogni settore sociale. Una parte delle “lotte sociali” di oggi, nel mondo intero, è a tutti gli effetti niente più che una battaglia per l’accesso alla ricchezza capitalista, che non mette affatto in discussione la natura di questa pretesa ricchezza. Gli operai cinesi o indiani hanno chiaramente delle buone ragioni per chiedere un salario migliore, il problema è che, quand’anche riuscissero ad ottenerlo, lo utilizzerebbero probabilmente per acquistare automobili, e contribuire così alla “crescita” e alle sue conseguenze nefaste sul piano ecologico e sociale.

Bisogna sperare allora che ci sia presto un riavvicinamento tra le lotte che si occupano di migliorare le condizioni degli sfruttati e degli oppressi, e gli sforzi volti a superare il modello sociale basato sul consumo individuale sfrenato. Può essere che certi movimenti contadini del Sud del mondo vadano già in questa direzione, soprattutto quando recuperano alcuni elementi delle società tradizionali, come la proprietà collettiva della terra o quelle forme di riconoscimento dell’individuo slegate dalla riuscita sul mercato.

* Traduzione di Riccardo Frola.


Note:

1. Anselm Jappe, Décroissants, encore un effort…!, in Crédit à mort, Éditions Lignes, 2011, pp.185-198.
2. Faremo astrazione, qui, dalla differenza tra plusvalore e profitto.

Print Friendly, PDF & Email

Anselm Jappe

Anselm Jappe (1962) filosofo di origine tedesca, ha studiato a Roma, dove si è laureato con Mario Perniola, e a Parigi. Insegna Estetica all’Accademia delle Belle Arti di Sassari. Ha tenuto conferenze in molte Università europee e latinoamericane. Ha pubblicato nel 1993 la prima monografia su Guy Debord e ha continuato ad occuparsi dei situazionisti, è uno dei maggiori interpreti della «critica del valore».