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Questa società è troppo ricca per il capitalismo!

Presentiamo qui l’epilogo del libro Die große Entwertung di Norbert Trenkle e Ernst Lohoff, autori del Gruppo Krisis ed esponenti di punta della cosiddetta Wertkritik (Critica del Valore), libro uscito in Germania nel 2012 e, come la maggior parte dei testi provenienti da questa ricca corrente di pensiero, purtroppo ancora inedito in Italia. Abbiamo deciso di presentarne la parte finale perché questo breve testo ci sembra racchiuda, con una formula decisamente azzeccata, una parola d’ordine che potrebbe diventare centrale per le rivolte del prossimo futuro. Il titolo, infatti, recita Questa società è troppo ricca per il capitalismo.
Il messaggio che qui risuona (ma non solo in questa occasione) appare particolarmente indicato, crediamo, per rappresentare una svolta nel desolante panorama degli “slogan” politici di movimento, poiché trasgredisce alla regola dell’auto-sofferenza a cui ci hanno abituati, almeno da fine anni ‘70 in poi, i movimenti che dovrebbero e vorrebbero sovvertire il sistema. L’ultimo di questi “slogan”, quello per il quale avremmo oltrepassato i limiti e adesso dovremmo fare tutti dei sacrifici per far tornare il mondo, e noi stessi, in uno “stato di salute”, è particolarmente insidioso nella misura in cui va incontro proprio ai più intimi desideri del sistema del capitale nella sua fase finale, quella cioè determinata dalla iper-produttività a traino microelettronico, che ne erode le fondamenta e impedisce una sufficiente redditività agli ingenti capitali in circolo – i quali, non a caso, si rifugiano nella finanza per soddisfare la propria inestinguibile fame di denaro.
Il capitale in crisi è capace solo, oramai, di fecondare poche sacche di territorio qua e là, vere e proprie “riserve” dove il meccanismo riesce in qualche modo a funzionare – ovviamente sempre più a spese del resto del mondo – mentre altre, molto estese, sono lasciate andare alla deriva e utilizzate al più come scorta di preziose materie prime da depredare e forza lavoro schiavizzata da sfruttare. Alla gran parte dell’umanità, letteralmente espulsa dal (sempre più apparente) Bengodi accessibile alle élite, è riservata un’economia di sussistenza, e dolori e sacrifici sempre più intensi e sempre più insostenibili. In questo senso, predicare slogan quali “abbiamo sfruttato troppo il mondo, adesso è ora di fare dei sacrifici”, “abbiamo vissuto oltre i nostri limiti”, sbandierati – oltretutto senza nessun distinguo – spesso proprio a sinistra e spacciati come adeguati ai tempi,1 pare una bestemmia e una beffa oscena, ancora una volta perpetrata ai danni dei più deboli (specie se si pensa da dove per lo più questi slogan provengono, cioè proprio da quella parte di umanità che ha veramente sfiancato il mondo e i popoli con un sistema produttivo e distributivo che definire assurdo è poco – e che di sacrifici ne ha sempre fatti, e sempre ne farà, ben pochi).
Il sistema è in crisi non perché avremmo vissuto (chi? come?) al di là delle nostre possibilità, ma perché il capitale versa in grave crisi di redditività, paradossalmente proprio a causa dell’ingorgo determinato dall’enorme ricchezza materiale prodotta, e questa è la peggiore delle sciagure per un sistema che poggia la propria sopravvivenza sull’aumento incessante e infinito di valore realizzato sui mercati.
In questo senso, lo slogan “questa società è troppo ricca per il capitalismo” o, meglio ancora, “il mondo è troppo ricco per il capitalismo”, per riprendere una formula altrettanto efficace, se non di più, usata in precedenza sempre dai nostri autori per dire praticamente la stessa cosa,2 rappresenta una vera propria rottura con questa inopportuna autoflagellazione. Il mondo non è povero, non è insufficiente, non è allo stremo, ma è ricco e capace di provvedere ai propri figli (metaforicamente parlando) senza che nessuno di questi debba soffrire per far star bene gli altri. È il capitalismo ad essere allo stremo, a rendere il mondo “povero”, usurandolo e distruggendo la vita di miliardi di persone per realizzare il proprio fine autorefenziale dell’accumulazione feticistica ed infinita di valore (che si manifesta in denaro). La capacità produttiva raggiunta (ricordiamo anche e soprattutto per merito dell’“intelletto generale”, cioè un sapere collettivo che si è dato nello spazio e nel tempo, non certo semplicemente per gli sforzi interessati del capitalismo),3 sarebbe oggi capace, senza grande sforzo, di permettere a chiunque abiti questa valle – che è di lacrime solo all’interno del regime del capitale – di vivere felicemente e appieno la propria esistenza. Ovviamente, una capacità produttiva il cui utilizzo va ripensato e ricalibrato, anche in base ai limiti reali della riproducibilità della natura, non certo mantenuto per come si presenta adesso. Non si vuole certo, qui, chiudere gli occhi dinanzi alle catastrofi in corso, prima di tutte quella ecologica, ma esattamente il contrario. Molti dei beni attualmente prodotti sono letteralmente inutili se non dannosi, per l’ambiente come per gli esseri umani. Mettere in evidenza quanto il mondo sia (sarebbe) ricco, sia materialmente che “spiritualmente”, ma costretto all’apocalissi sociale, economica, umana e ambientale dall’angusta logica suicida/omicida del capitale, significa puntare il dito contro il vero responsabile di tutto questo, e insieme farla finita con questa stessa logica. Naturalmente, detto per inciso, qui “ricchezza” non va confusa con “consumo”. Il benessere dei popoli e dei singoli non coincide con la sfrenatezza del consumo ogni volta aggiornato in base alle mode indotte dal sistema – consumo che comunque riguarda, come già accennato, prevalentemente una élite di umanità – ma con una buona vita per ogni essere umano, possibile forse da sempre ma più che mai adesso.
Lo stesso tempo di lavoro va rimesso in discussione. L’ossessione insensata per il lavoro (ma molto sensata per il sistema del capitale) non avrebbe più ragion d’essere una volta che il diktat capitalistico cessasse di determinare le sorti del mondo. Si aprirebbero possibilità decisamente inedite e probabilmente ancora da inventare, almeno in gran parte. Ma non andiamo oltre per non scivolare nella mera utopia (senza nulla togliere a questa importante e stimolante corrente letteraria, e non solo letteraria), e restiamo coi piedi per terra, sottolineando però quanto sia “oggettivamente” reale, oggi, la possibilità di un passaggio di trasformazione radicale sociale nella direzione di una liberazione dalle pastoie capitalistiche, ma anche l’incommensurabile difficoltà che incontriamo quando si vuole provare ad attuarla. Ma la porta è stretta, e non vediamo alternative, se non l’inabissarsi sempre più a fondo, e in modo sempre più drammatico, in questa palude omicida determinata da un sistema da sempre criminale, ma che sta andando oggi letteralmente alla deriva, portando nel baratro il mondo intero.

Massimo Maggini
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Note:

1. Cf. L’economia della “ciambella”: come rendere operativa la sostenibilità , dove ancora una volta si intravede nella ingannevole proposta di “sviluppo sostenibile”, del tutto interna al sistema, la panacea dei mali della società capitalistica. Una nota a parte, a questo proposito, merita, crediamo, il pensiero della decrescita. Nella sua versione “grillina” o comunque istituzionalizzata, rappresenta senz’altro l’ennesimo utile contributo al mantenimento dello status quo. Tuttavia, al suo interno ci sono probabilmente aspetti potenzialmente molto eversivi per il sistema, da non sottovalutare e anzi da guardare con attenzione. Sulla decrescita e le sue potenzialità, cf. Recuperare il concetto di limite, e anche Che cos’è la Decrescita e Uscire dall’economia. Prove di dialogo fra Decrescita e Critica del Valore. Inoltre il notevole articolo di Anselm Jappe Decrescenti, ancora uno sforzo…!.

2. Cf. CRASHKURS – Il mondo è troppo ricco per il capitalismo.

3. Non si tratta qui, ovviamente, di fare gli elogi, anche solo indiretti, del capitalismo il quale, per una sorta di hegeliana astuzia della ragione della storia, avrebbe adempiuto ad una qualche “missione civilizzatrice”. Piuttosto, sarebbe possibile per certi versi affermare il contrario, e cioè che il capitalismo ha con ogni probabilità impedito uno sviluppo in senso comunitario e comunista che era già in nuce, per esempio, nella società medievale. A questo proposito, cf. il bel libro di Silvia Federici Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, ed.Mimesis, 2015 (per una introduzione alle tematiche di questo libro cf. L’accumulazione e la donna. Storie di genere e di oppressione. Una lettura di “Calibano e la Strega” di Silvia Federici). Per un disamina ancor più generale e approfondita del tragico disastro rappresentato dall’avvento del capitalismo cf. un importante testo di Robert Kurz, purtroppo ancora non tradotto in italiano, cioè Schwarzbuch Kapitalismus. Ein Abgesang auf die Marktwirtschaft (tr.it.: Libro nero del capitalismo. Un canto del cigno per l’economia di mercato), Eichborn Verlag, 1999, dove si cerca, fra le altre cose, di dimostrare come l’avvento del capitalismo abbia determinato, di fatto, un consistente peggioramento delle condizioni di vita per gran parte dell’umanità (per una breve introduzione alle tematiche di questo libro, cf. Il canto del cigno dell’economia di mercato).

 

 

Questa società è troppo ricca per il capitalismo!

Due posizioni apparentemente inconciliabili determinano la disputa politica sul modo migliore per affrontare la crisi. Mentre gli uni, per provare a rilanciare la crescita economica, propongono, ancora una volta, iniezioni di liquidità e vogliono introdurre nuovi pacchetti di stimolo economico congiunturale, gli altri propendono per un rigido regime di austerità. Entrambe le parti sostengono che con la loro ricetta la crisi potrebbe essere superata e il modo capitalistico di produzione rimesso in carreggiata. Sembrerebbe riproporsi, ancora una volta, la vecchia disputa tra liberali e keynesiani, che tanto spesso abbiamo visto nel secolo scorso, sulla direzione da seguire. Tuttavia, questa volta la cornice all’interno della quale si dà questa controversia si sta irrimediabilmente incrinando, poiché la crisi distrugge le fondamenta stesse della produzione di ricchezza capitalistica, e questo dibattito si sta trasformando in una farsa spettrale. I protagonisti, ovviamente, non lo percepiscono, o rimuovono il problema senza colpo ferire. Preferiscono, piuttosto, continuare a recitare imperterriti la loro parte, ormai vetusta, mentre il palcoscenico sotto i piedi diventa sempre più marcio. Tuttavia questa disputa non rimane senza conseguenze, poiché, anche se entrambe le posizioni non possono in alcuna maniera portare ad una risoluzione della crisi, esse in qualche modo determinano il carattere della gestione della crisi e quindi anche i suoi effetti concreti sulla società.

In Germania, per esempio, la politica di austerità gode tradizionalmente di forte popolarità. La società, come risuona qui su tutti i media, sembra che fino ad oggi sia “vissuta a spese del futuro”, per cui ora bisognerebbe risparmiare. La figura-simbolo, in questo senso, è la “casalinga sveva”, la quale rappresenterebbe la quintessenza di una solidità fondata sulla tradizione e per questo elogiata come “modello per l’economia nel mondo” (Angela Merkel nella FAZ del 14.1.2009). Persino Ackermann, il capo della Deutsche Bank, che non avremmo mai sospettato vedesse anch’egli con tanto favore questo tipo di “solidità”, individua le cause della crisi nella “mentalità da debito presente in alcune parti della società” e proclama: “sarebbe un bene, per l’economia, essere un po’ più ‘casalinga sveva’” (Tagesspiegel, 28.5.2010). Da sinistra si levano di tanto in tanto critiche alla politica dell’austerità, ma solo per dirigerla nella giusta direzione: è sbagliato penalizzare il lato “debole” della società; fare delle economie è ovviamente necessario, ma dovrebbero essere fatte in modo “equo”.

L’immagine della “casalinga sveva” è accattivante non solo perché richiama la limitata esperienza della comprensione quotidiana e applica all’economia il punto di vista di una famiglia idealizzata. Essa veicola anche l’idea comune che l’“economia di mercato” si basi sul principio della “produzione di beni” e il denaro sia essenzialmente niente altro che un intelligente mezzo per facilitare gli scambi. In questo scenario, il credito appare come mera variante del prestito di cose materiali, come accade nella vita di tutti i giorni. Qualcosa come prendere in prestito un sacco di patate dai tuoi vicini. Sembrerebbe naturale in quanto, in questa prospettiva, anche il denaro pare essere niente più che un semplice strumento che permette lo scambio. Ma viene trascurata qui una differenza sostanziale tra il prestito di qualcosa e il rapporto di credito. Il primo può essere visto come una forma di redistribuzione della ricchezza materiale a tempo determinato: una persona A, per esempio, ha un’eccedenza di patate e una persona B, che ha un problema di mezzi di sostentamento, ne prende in prestito un sacco, che promette di restituire in un secondo momento. Considerato nel suo insieme è un gioco a somma zero. Una dà, l’altra prende, e la ricchezza materiale esistente rimane inalterata. Il prestatore rinuncia al consumo dei beni in questione, mentre colui che riceve il prestito può goderne. Quest’ultimo dovrà poi restituire il bene, rinunciando in quel momento al suo consumo oppure lavorando di più per produrre un’eccedenza, mentre il prestatore potrà allora a sua volta godersela un po’ di più o rallentare la produzione. Ma colui che a suo tempo ha ricevuto il prestito può anche non restituire il bene, per esempio perché il raccolto è andato male, e il prestatore resta con un palmo di mano. Il ricevitore del prestito ha consumato il bene, e ora non è in grado di restituirlo.

Il rapporto di credito, nella società capitalistica, segue una logica completamente diversa. Anche se, ovviamente, ad ogni credito corrisponde sempre un’obbligazione dello stesso importo, e non potrebbe essere altrimenti, visto che, dopo tutto, si tratta di una relazione di credito tra due persone o istituzioni. Ma qui si interrompe l’analogia con la semplice concessione e assunzione di prestiti. Perché il rapporto di credito non rappresenta per niente un gioco a somma zero, non è una “redistribuzione” della ricchezza esistente, ma una forma di accesso ad una astratta ricchezza futura. Entro questo rapporto il prestatore non rinuncia in alcun caso al valore d’uso del denaro che ha trasferito ad un’altra persona per un determinato tempo ma, al contrario, è proprio nel rapporto di credito che egli realizza questo valore d’uso come capitale, applicando un certo tasso d’interesse. Neanche il debitore rinuncia al valore d’uso del denaro preso in prestito, ma può utilizzarlo, a sua completa discrezione, sia per un investimento di capitale che per finanziare i propri consumi. La somma di denaro, mediata dal rapporto di credito, si è così raddoppiata. Esiste, cioè, due volte: una volta nella mano del debitore come denaro e una seconda volta in mano al creditore come credito garantito per scritto nei confronti di quello stesso denaro, ovvero come titolo di proprietà.

La differenza rispetto al mero prestito non potrebbe essere più grande. Diversamente da ciò che il “buon senso” pretende di sapere, l’atto di prestare denaro non significa che gli uni (ad esempio i tedeschi) debbano rinunciare al consumo, in modo che gli altri (i “pigri” greci) possano darsi alla pazza gioia, senza bisogno di lavorare. Esattamente al contrario, questo rapporto di credito, così come innumerevoli altri, è un atto di accrescimento di capitale, e quindi un elemento essenziale di quel movimento dinamico che ha tenuto in vita il processo di accumulazione dalla fine del fordismo. Sia i “creditori” che i “debitori” ne hanno beneficiato in egual misura, seppure in modo diverso. Ad esempio, senza il finanziamento del credito proveniente dalla congiuntura mondiale degli ultimi decenni, la tanta decantata capacità industriale della Germania sarebbe andata a gambe all’aria. Pertanto, nella sostanza il vessatorio e risentito lamentìo da parte di coloro che si sentono adesso vittime defraudate, come se avessero dovuto togliersi di bocca tonnellate di generi alimentari ed altre belle cose solo perché altri ne approfittino a loro spese, è completamente ridicolo. Allo stesso tempo, inoltre, è anche politicamente e ideologicamente pericoloso, perché personifica le cause della crisi e ne incolpa il comportamento dei presunti “parassiti sociali”, che andrebbero per questo motivo puniti.

Come sempre, anche qui la personificazione di relazioni sociali feticistiche mai chiarite segue una logica binaria. Sembra del tutto evidente, al cittadino medio, che si immagina sempre di lavorare onestamente e di pagare rettamente le tasse, che i “pigri” e i “refrattari al lavoro”, in Grecia come a Berlino-Kreuzberg, abbiano vissuto a spese del benessere diffuso. Ma il decollo dei mercati finanziari, questo il cittadino medio fatica a spiegarselo da solo. Questo “vuoto” viene di solito riempito con l’immagine, prossima all’antisemitismo, di banchieri avidi e speculatori, che perseguirebbero spietatamente i loro profitti vampirizzando e asservendo l’“economia”. Entrambe le proiezioni si completano reciprocamente e sono quindi intercambiabili, come nella disputa sul fatto che la crisi greca dipenda dai “greci” o piuttosto dalle “banche”, le quali avrebbero portato il paese ad indebitarsi, per poterne succhiare il sangue. Mentre la prima posizione è stata sostenuta dai conservatori e dai liberali, soprattutto fuori dalla Grecia, ed è ben rappresentata nella rabbia populista, incitata dai media, come accade soprattutto in Germania, la seconda esprime la posizione della sinistra tradizionale e dei suoi prodotti di scarto, ed è sostenuta con convinzione da molti che si immaginano essere pionieri dello spirito critico, mentre altro non fanno che servire l’altra corrente dello Zeitgeist, promossa sui medesimi media usati da quella principale, poiché questa sottospecie di “critica del capitalismo” appartiene da sempre al mainstream. Infine, non bisogna dimenticare, naturalmente, anche coloro che tendono ad attribuire le colpe in egual misura ad entrambe le parti. Ma così facendo, essi non abbandonano l’approccio colpevolizzante ad personam, al contrario, lo reduplicano, e questo chiarisce come entrambe queste “attribuzioni di colpa” nascano da una stessa falsa griglia di interpretazione. La soluzione, dunque, non può essere un compromesso fra due false percezioni, ma solo la rimessa in questione della cosa in quanto tale.

In realtà, l’enorme sovraindebitamento della Grecia, così come quello di altri paesi, non si può spiegare utilizzando le categorie della “colpa” soggettiva. In primo luogo, si tratta semplicemente del risultato di disparità strutturali nell’UE, acuite ulteriormente dall’introduzione della moneta unica, le quali hanno fatto sì che la Grecia sia stata schiacciata da una concorrenza più agguerrita. In queste circostanze, l’indebitamento è l’unico modo per sopravvivere. Allo stesso tempo, tuttavia, queste disparità sono espressione della crisi strutturale dei fondamenti della produzione di valore, la quale ha portato a far sì che siano rimaste oramai solo poche zone industriali veramente competitive nel mondo; nell’Unione Europea questa posizione è occupata soprattutto dalla Germania, la quale, con le sue elevate capacità produttive, domina in larga misura l’economia europea, mentre a livello globale lo stesso ruolo viene sempre più assunto dalla Cina. Questa struttura disomogenea dell’economia mondiale potrebbe (e può) funzionare, come spiegato precedentemente, solo perché il potere d’acquisto necessario per il consumo della massa delle merci è stato generato grazie al capitale fittizio, quindi attraverso l’enorme indebitamento degli Stati e delle famiglie.

In quest’ottica, l’indebitamento di alcuni paesi non rappresenta soltanto il necessario complemento alle enormi eccedenze di esportazioni di altri paesi. Ancora più fondamentale è il fatto che, in questo modo, tutte le parti coinvolte abbiano contribuito collettivamente alla produzione globale di ricchezza, anche se la base della valorizzazione è compromessa sin dagli anni ’80. Senza saperlo, sono stati i protagonisti di una gigantesca operazione per “aspirare” il valore futuro fittizio, operazione il cui unico scopo è stato quello di rinviare il crollo dell’accumulazione di capitale e della produzione di ricchezza ad esso collegata. Nulla è più grottesco, quindi, dell’idea che la creazione di debito possa essere fermata da un ampio fronte unitario. Se, per esempio, la commissione tedesca per il risparmio all’UE, o i rappresentanti del movimento del Tea Party negli Stati Uniti, volessero seriamente promuovere, con le loro ricette, un rigorosa riduzione del debito pubblico, non sarebbe possibile evitare il crollo dell’immenso edificio di capitale fittizio costruito negli ultimi 30 anni. All’ordine del giorno, a quel punto, non ci sarebbe il ritorno ad una, comunque del tutto immaginaria, “solida economia di mercato”, ma il violento ridimensionamento della produzione di ricchezza, che verrebbe riportata al basso livello della produzione di valore reale che le forze produttive rendono ancora possibile, ed insieme la transizione ad una gestione autoritaria delle emergenze.

Secondo la logica capitalistica della crisi, invece, la continuazione della politica del “denaro a basso costo” e del debito pubblico appare essere, almeno in un primo momento, relativamente razionale. In fondo, è stato questo valore “sottratto” al futuro ad avere permesso, nell’arco di tre decenni, di tenere in vita la produzione di ricchezza astratta, anche se la produzione di valore reale si era fermata da tempo. Tuttavia, anche questo metodo per rinviare la crisi ha ormai raggiunto i suoi limiti, poiché la massa necessaria di nuovo capitale fittizio diventa sempre più grande, e il settore finanziario non si è mai veramente ripreso dopo il crack del 2008. Inoltre, le vaste misure fiscali di politica monetaria non escludono assolutamente una rigida austerità per quanto riguarda il settore pubblico e le sue infrastrutture, anzi queste due cose vanno di pari passo. D’altronde, quando lo scopo è rilanciare l’accumulazione di capitale, ogni altra considerazione è “irrilevante” per il sistema. L’effetto di questi risparmi, tuttavia, ai fini della riduzione dell’indebitamento del sistema finanziario al collasso, è davvero misero da un punto di vista quantitativo, se commisurato al gigantesco ammontare del debito accumulato anche solo negli ultimi tre anni. Ma ciò che veramente conta è l’effetto che dà questo segnale. Deve servire a mostrare come esista una “forte volontà” di salvare l’economia, da imporre anche contro le prevedibili resistenze delle popolazioni, così da conquistare la fiducia dei “mercati finanziari” e poter ottenere di nuovo soldi in prestito. È dunque per una vaga speranza di poter ritardare ancora qualche anno la piena deflagrazione della crisi, che ogni ricchezza materiale, che non sia direttamente funzionale al sistema, viene sacrificata. Diventa del tutto chiaro, adesso, come anche il keynesismo di crisi non metta assolutamente in questione i vincoli feticistici legati alla produzione astratta di ricchezza, ma al contrario ne sia al servizio, così come la famosa “casalinga sveva”.

Ma se, allo scopo di tenere in vita la produzione di ricchezza sociale, il valore deve essere pompato dal futuro nel presente con sempre più enormi sforzi e immani sacrifici, sorge spontanea una domanda: perché questa stessa produzione non si affranca dalla logica della valorizzazione, invece di continuare a dipendere dal successo dell’accumulazione capitalistica? L’estrema tensione che c’è tra la produzione di ricchezza materiale e l’accumulo di ricchezza astratta attraverso l’anticipazione di valore futuro mostra come il potenziale di produttività che il capitalismo ha generato abbia già da lungo tempo oltrepassato il fine in sé della produzione per la produzione. Non è la società ad aver vissuto “al di sopra delle proprie possibilità”, bensì il capitalismo ad aver dato luogo ad uno sviluppo che è andato ben oltre i rapporti sociali che gli erano propri, e ad aver creato un potenziale di ricchezza che non è più compatibile con la sua logica limitata.

Se questi potenziali di ricchezza continuano ad essere incatenati compulsivamente alla forma della ricchezza astratta, è inevitabile un’ulteriore intensificazione del processo di crisi, con conseguenze catastrofiche per la società. Si riuscisse, invece, a spezzare questa forma feticcio, questi stessi potenziali potrebbero essere messi al servizio della concreta soddisfazione dei bisogni sociali. Ciò presupporrebbe, inevitabilmente, il superamento della produzione di merci e dell’economia basata sul denaro. Perché la produzione moderna di merci è già sempre produzione capitalistica di merci, soggetta al fine autotelico della valorizzazione. Una “semplice produzione di merci” intesa come sistema sociale di baratto generale, in cui il denaro è mero mezzo di pagamento e di scambio ed è “al servizio della società”, esiste solo nei capitoli introduttivi dei manuali di economia e nelle fantasie del buon senso borghese. È per questo motivo che tutti i tentativi di “riformare” il denaro, ad esempio abolendo i tassi d’interesse, non solo sono regressivi, perché celebrano l’“economia di mercato” e collocano la radice di tutti i “mali” della società capitalistica nella sfera finanziaria, ma sono condannati al fallimento anche in termini pratici. Mezzi di scambio locali possono funzionare come valuta parallela per un po’ di tempo o in situazioni di crisi estreme, come per esempio in Argentina a cavallo tra il 2001 e il 2002, usando temporaneamente una moneta sostitutiva, allo stesso modo delle sigarette nel mercato nero del dopoguerra; ma questa moneta potrebbe uscire da questa nicchia solo trasformandosi in denaro ordinario, che non è un mezzo, ma il fine in se stesso della produzione.

L’alternativa non può essere neanche un’economia di comando statale, come nel “socialismo reale”, che fortunatamente è stato gettato nella spazzatura della storia. Questo “socialismo” non solo era autoritario e repressivo, ma non è mai stato veramente un’alternativa al capitalismo. Perché anche l’“economia pianificata” ha sempre fatto riferimento alle categorie della ricchezza astratta, cioè merce, valore e lavoro astratto, che non vengono superate, ma semplicemente gestite dallo Stato. Il clamoroso fallimento di questo tentativo ha dimostrato che capitalismo ed economia di mercato sono indissolubilmente legati, e che allo Stato, nei suoi tentativi di regolamentazione, sono posti limiti molto angusti. Né un’economia di mercato né un’economia pianificata statale sono dunque la soluzione. Piuttosto, devono nascere nuove forme e procedure di auto-organizzazione e auto-amministrazione sociali, direttamente collegate alla produzione di ricchezza materiale, invece di accettare come eterno tacito presupposto la logica autoreferenziale del capitalismo ed i suoi vincoli.

Non esiste alcun piano generale per una alternativa sociale. Questa può nascere solo da movimenti di emancipazione sociale, che si oppongano all’amministrazione della crisi. Il fattore decisivo è come questa opposizione si definisce e con quali prospettive. Gli attuali movimenti di protesta, per quanto cerchino di rappresentarsi come alternativa radicale, non rappresentano che l’ala rumorosa del mainstream. La loro caratteristica predominante è la personificazione delle cause della crisi, una celebrazione del “popolo” (“99 per cento”), come se questo fosse al di fuori della logica capitalista, e una fissazione sulla redistribuzione della ricchezza monetaria. Radicale sarebbe piuttosto una critica, fatta a partire dal punto di vista della ricchezza materiale, del presunto “obbligo di fare sacrifici economici”. Il vero scandalo non è la concentrazione di mezzi monetari nelle mani di pochi – per quanto odioso possa essere – ma il fatto che una società che ha un potenziale di ricchezza come nessun’altra prima, corra incontro alla propria rovina invece di essere al servizio della concreta soddisfazione dei bisogni. L’argomento per il quale i sacrifici sono “comunque necessari” è da respingere, per la ragione che questo “must” segue solo la logica della produzione di ricchezza astratta. Il fatto che tutte le ricchezze materiali siano sempre obbligate a passare dal collo di bottiglia della forma-merce e della valorizzazione del capitale è sempre stata una follia. Ma là dove il lavoro produttivo è a fine corsa, e viene così meno la base per la valorizzazione del capitale, l’aderenza a questo vincolo diventa un programma di dismissione di massa delle risorse sociali e il motore di un gigantesco impoverimento collettivo. Mentre la gestione delle crisi rincorre la Fata Morgana di un capitalismo sano, distrugge gradualmente i fondamenti della riproduzione sociale.

Di fronte a tutto questo, la questione della “sostenibilità finanziaria” deve essere depennata con un tratto deciso. Se devono essere costruite case, messi in funzione ospedali, prodotti alimenti o mantenute linee ferroviarie, tutto questo non può dipendere dal fatto che il necessario “potere d’acquisto” sia disponibile o meno. Il criterio può solo essere il soddisfacimento di bisogni concreti. Proprio questo è il fulcro per la formazione di nuovi movimenti di emancipazione sociale contro la delirante logica della gestione della crisi. Se le risorse devono essere abbandonate perché “manca il denaro”, queste stesse risorse devono essere espropriate e poi trasformate e utilizzate in consapevole contrapposizione contro la logica feticistica della moderna produzione di merce. La mitologia liberale delle origini, secondo la quale il modo di produzione capitalista avrebbe garantito “la più grande felicità del maggior numero di persone” (Jeremy Bentham), è sempre stata una crudele presa in giro delle innumerevoli vittime che ha procurato. Alle condizioni della crisi fondamentale del sistema, essa si trasforma in puro cinismo. Una buona vita per tutti non può che darsi al di là della forma astratta di ricchezza. C’è un’unica alternativa alla catastrofica svalorizzazione del capitale: la svalorizzazione emancipatoria della produzione sociale di ricchezza.

Norbert Trenkle/Ernst Lohoff
(traduzione di Massimo Maggini)

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Massimo Maggini

Vive a Livorno e si occupa da molti anni dei temi del lavoro e della trasformazione sociale. Collabora coi movimenti per l’ambiente e per le lotte sociali, e con la Libera Università “Alfredo Bicchierini”.


Norbert Trenkle


Ernst Lohoff

Ernst Lohoff è uno degli esponenti più noti del gruppo Krisis. Nato nel 1990 in Germania, questo laboratorio d’idee ha diramazioni in vari paesi, soprattutto di lingua tedesca. Le idee del gruppo sono conosciute in Italia soprattutto attraverso il Manifesto contro il lavoro (2003). Nel marzo 2012 hanno pubblicato in Germania il libro Die große Entwertung (La grande svalutazione), che fa il punto sulla crisi in corso. È possibile trovare la maggior parte dei loro testi sul sito www.krisis.org.

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