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Introduzione a “Il capitale mondo”

La fase terminale volge sempre in farsa,
anche se, in ultima analisi, in una farsa sanguinosa

Robert Kurz

Con la pubblicazione de Il capitale mondo esce finalmente in Italia uno dei libri più interessanti ed importanti di Robert Kurz.

Kurz, insieme a pochi altri (fra cui Roswitha Scholz, Norbert Trenkle e Ernst Lohoff), è stato il fondatore della corrente di pensiero chiamata Wertkritik (Critica del valore),1 una rilettura del pensiero marxiano che privilegia gli aspetti rimasti in ombra nella ricezione di Marx da parte del marxismo classico. Quest’ultimo, infatti, ha focalizzato l’attenzione sulla lotta di classe, sulla soggettività operaia e sulla richiesta di una più equa distribuzione del prodotto e della redditività sociale – tutti temi sicuramente presenti nell’opera marxiana – trascurando però quasi completamente, tranne qualche insufficiente e temporanea eccezione, una parte altrettanto presente ed importante, se non anche più dell’altra, che analizza la struttura di fondo del sistema del capitale e ne rintraccia le contraddizioni interne e i limiti invalicabili, verso i quali questo sistema è necessariamente indirizzato per un proprio moto interno ineludibile.

Non è un caso, infatti che Kurz parli di un “duplice Marx”,2 distinguendo fra un Marx “essoterico”, quello appunto della “lotta di classe” (un “rampollo e dissidente del liberalismo, il politico socialista della sua epoca ed il mentore del movimento operaio, che si limitava ad esigere diritti di cittadinanza e un ‘equo salario per una giornata di lavoro equa’ ”, come lo definisce Kurz),3 dove il capitale non è letto come un rapporto sociale storicamente determinato ma viene “ontologizzato”, e l’obiettivo principale diventa il rovesciamento dei rapporti di potere, non del sistema nelle sue fondamenta, e quello “esoterico”, critico impietoso della struttura capitalistica e del suo ottuso feticismo, della forma-valore, che presiede al movimento del capitale, e del tanto osannato – specie dai paladini del marxismo classico – “lavoro astratto” che ne è, diciamo, l’“esecutore materiale”.4

Mentre il Marx “essoterico” ha avuto la meglio fino ad oggi, anche per ragioni storiche, visto che la sua lettura si adattava particolarmente bene al movimento di crescita del capitale, entro il quale effettivamente si scontravano due fazioni con interessi divergenti sia pure all’interno di un orizzonte comune, il pensiero del secondo Marx, quello “esoterico”, è forse giunto a maturazione solo adesso, divenendo attuale nei nostri tempi “globalizzati”, dove le contraddizioni di fondo del sistema stanno venendo a galla e dove la mera rivendicazione di diritti o di spazi all’interno del contesto vigente, che si va sgretolando, non è più sufficiente, ma si fa largo con forza l’esigenza di una critica che vada più a fondo e metta in questione la struttura stessa nelle sue fondamenta.

In questa direzione lavora la corrente di pensiero della Wertkritik. Questa corrente, che Anselm Jappe una volta ha definito “Scuola di Norimberga”5 (dalla città che ha fatto da epicentro per la nascita di questo movimento), ha prodotto, negli anni, una grande mole di opere e lavori, purtroppo per lo più ancora non tradotti in italiano.6

Con l’occasione dell’uscita di questo libro, che segue alla pubblicazione di un altro importante testo kurziano, Il collasso della modernizzazione,7 proviamo a colmare almeno in parte questa lacuna.

Il titolo originario, das Weltkapital, poteva essere legittimamente tradotto con Il capitale mondiale. Abbiamo invece optato per Il capitale mondo per tre ragioni:
– “capitale mondiale” può essere anche semplicemente inteso come dominio dell’economia capitalistica sul mondo, il che è indubbiamente vero, ma non esaurisce l’orizzonte di senso che l’espressione “Weltkapital” indica, così come non rende piena testimonianza dell’argomentare di Kurz, il quale pensa il sistema del capitale, marxianamente, come un “rapporto sociale”, quindi non solo come un intreccio, per quanto complesso ed articolato, di rimandi di natura economica funzionali all’accumulazione di valore;
– ci piaceva mantenere un riferimento alle espressioni “economia-mondo” o “sistema-mondo”, legate prevalentemente all’opera di Wallerstein,8 con il quale qui Kurz dialoga criticamente – così come fa con altri importanti autori quali Ricardo, Arrighi, Hilferding, Postone, Sloterdijk e Keynes, solo per citarne alcuni.
– infine il titolo “capitale mondo” ci sembra richiami efficacemente l’onnipresenza invadente, che non si ferma di fronte a niente, dell’“esser-capitale”, che letteralmente permea ogni anfratto e ogni spiraglio dell’esistente, o almeno ci prova (e probabilmente in gran parte ci riesce). L’espressione aggettivante e forse più rassicurante “capitale mondiale” richiama un capitale che si spalma sul mondo ma di cui in un certo senso rappresenta pur sempre un corpo estraneo.
Ma il capitale in questo momento è il mondo, e il titolo “capitale mondo” lo rimarca. Prenderne atto, ovvero riconoscere che il capitale oggi si fa mondo, può essere inquietante, ma aiuta a comprendere quanto possa essere difficile liberarsene. Non voler vedere la nostra “internità”, invece, ci rende più vulnerabili e indebolisce anche la nostra capacità di “immaginare” un “oltre”, e questo è uno degli aspetti più preoccupanti e problematici del periodo storico che stiamo vivendo.

Due parole, adesso, nel merito del testo.

Il capitale mondo uscì in Germania nel 2005, appena a ridosso degli eventi che hanno caratterizzato il XXI secolo ai suoi esordi: il movimento no global, Seattle, Genova, le Twin Towers, le “guerre giuste” contro il “terrorismo”, per citare solo i più noti. Risente, pertanto, del clima di quegli anni, in cui la parola forse più pronunciata, scritta e letta era “globalizzazione”.

Il focus sulle tematiche della globalizzazione sembra oggi – specie in tempi di continue “emergenze” – qualcosa di strano, un fissarsi su questioni obsolete e sorpassate, non più all’ordine del giorno. Qualcuno si ricorda ancora di Porto Alegre, o del povero Carlo Giuliani? Qualcuno ricorda i Talebani e le “esecuzioni in diretta”? Indymedia o i Social Forum? Nonostante le commemorazioni di rito per i vent’anni appena trascorsi da quegli eventi, il loro “spirito” e il ricordo più intimo sono, decisamente, venuti meno – così come, peraltro, quelli di anni ancora più remoti e vivaci di quelli.

Ma se la cronaca è andata in cerca di nuove emozioni, ciò che resta è la crisi di sistema, quindi crisi capitalistica, già sullo sfondo allora – ma anche prima di allora – e che resta salda come “primo motore” degli eventi, per quanto la si possa camuffare e al di là delle forme contingenti che, in un momento storico o in un altro, può assumere.

In questo senso, possiamo ben dire che Il capitale mondo è un testo decisamente attuale, anzi forse lo è ora più che mai, nella misura in cui la globalizzazione – al di là del “ritorno dello Stato” sulla scena politica e dell’ascesa dei cosiddetti “sovranismi”, un versione mortificante e patetica dello stesso fenomeno – rappresenta tuttora e forse più di prima lo scenario di crisi all’interno del quale ci troviamo a vivere.

La globalizzazione infatti, nell’interpretazione che ne dà Kurz, non è un sottile quanto ingegnoso meccanismo capitalistico ordito per incrementare i margini di valorizzazione, ma la tragica risposta del capitale alla sua crisi fondamentale, determinata, secondo la scuola di pensiero della Critica del Valore, dall’esplosione della produttività a guida microelettronica della terza rivoluzione industriale.

Per citare lo stesso Kurz, la globalizzazione

non è altro che un processo di crisi in intensificazione in cui il capitale, pungolato dalla rivoluzione microelettronica, cerca di sfuggire alla proprie contraddizioni che però, proprio per questa ragione, si aggravano sempre di più mentre il suo limite intrinseco gli si para di fronte ancor più spietatamente. (infra p. 74)

infatti

un esame più dettagliato dimostra che la globalizzazione segna una fase qualitativamente nuova del mercato mondiale nel suo processo storico, ma questo non è ancora tutto; anche l’espansione del capitalismo, in totale contrasto con le interpretazioni ufficiali, si è già rovesciata nella sua contrazione. Si tratta di un autentico paradosso: ciò che esteriormente si manifesta come un’espansione in grado di valicare tutti i confini nazionali, appare invece all’interno come l’autodistruzione dei presupposti della riproduzione capitalistica. (infra p. 167)

La globalizzazione, insomma, non è un processo di sviluppo capitalistico, tantomeno un nuovo “imperialismo” nel senso classico del termine, dove cioè i vari paesi, in lotta fra loro, cercano spazi di espansione all’interno di un movimento di crescita. La globalizzazione, nell’epoca della crisi fondamentale del regime del capitale, è un fenomeno legato alla ricerca spasmodica di una razionalizzazione della produzione funzionale alla diminuzione dei costi, unico metodo realmente efficace, insieme alla creazione incessante di gigantesche bolle di capitale fittizio, per garantire la sopravvivenza a questo sistema oramai giunto alle cure palliative.

Per tornare ai “sovranismi” come presunta risposta a questa “crisi globale”, Kurz sottolinea molto chiaramente come gli Stati non vadano considerati elementi in qualche modo alternativi e “salvifici” rispetto al dominio dell’economia globalizzata senza frontiere, ma entità da sempre funzionali all’imposizione del sistema del capitale, ed ora in un certo senso “fuori uso”, proprio perché non più in grado di determinare alcunché in un contesto che si è fatto globale e quindi al di fuori della loro sfera d’azione.

Questo passaggio non va però considerato come una sorta di “emancipazione” del capitale dalle strettoie burocratiche statuali, ma anch’esso un segnale di forte crisi, poiché la regolazione statale del capitalismo è indispensabile per il buon funzionamento di questo temibile sistema sociale, il quale, lasciato a se stesso, può solo portare a compimento la “missione autodistruttrice” che si trova inscritta nel suo “DNA”. Detto altrimenti, il citoyen (l’uomo “politico”) e il bourgeois (l’uomo “economico”), due facce di una stessa medaglia, devono convivere in qualche modo, altrimenti il sottile filo che regge il sistema si spezza, e il “bourgeois globale si converte nel distruttore globale” (infra p. 431).

Un compito importante è comunque rimasto allo Stato, e cioè la gestione repressiva della crisi. Allo Stato, una volta il famoso marxiano “capitalista complessivo ideale”, resta ora il mero ruolo di gendarme, che gli è in ogni caso da sempre appartenuto:

Lo Stato continua a esistere e tuttavia – come confessano gli stessi teorici della regolazione – non è più in grado di regolare un bel nulla. Non potendo più essere il “capitalista complessivo ideale” di uno stock di capitale realizzato nella rispettiva nazione, esso non determina più le proprie condizioni-quadro ma deve aprire sempre più le porte e del tutto incondizionatamente al capitale transnazionale che opera sul suo territorio – e questo è proprio l’esatto contrario della regolazione, per la quale non è più disponibile alcun sistema di riferimento. Invece di regolare uno stock di capitale nazionale lo Stato si limita ad amministrare lo sgretolamento di una società capitalistica ormai incapace di riproduzione; col passar del tempo la sua funzione si riduce sempre di più a quella del Leviatano di Hobbes ossia di un mostro puramente repressivo (infra p. 504).

Cade così il velo di Maya che copriva, comunque malamente, ciò che si nasconde dietro la facciata della “democrazia”, la quale non è mai stata nulla di più di un dispositivo che copre la sottomissione alla logica del capitale.

Per evitare equivoci: Kurz non pensa ovviamente che la soluzione sia una qualche “dittatura”, del proletariato o meno, ma sottolinea piuttosto come sia necessario non confondere

l’aspirazione verso l’autodeterminazione umana con la forma-soggetto capitalistica della democrazia politica, che, come tale, racchiude al suo interno repressione e autorepressione. (infra p. 497)

Stando così le cose, si pone oggi per i movimenti un compito particolarmente impegnativo. Se vogliono in qualche modo essere veramente efficaci, e finirla di girare in tondo senza approdare ad alcunché, devono prendersi carico di questa ingombrante “verità storica” e lavorare per “ridefinire un nuovo paradigma”:9

Una prospettiva di liberazione può consistere solo nella sostituzione dell’universalismo astratto e distruttivo del capitale con una società mondiale diretta, riferita ai bisogni, attenta alla logica specifica di ogni ambito della vita, cioè al di là delle categorie formali e sostanziali del capitalismo, del mercato e dello Stato, dell’economia aziendale e di quella nazionale, del “lavoro astratto” e della relazione di dissociazione sessuale. Si tratterebbe di una società globale qualitativamente diversa, liberata dall’universalismo astratto, in cui l’umanità riunificata prende decisioni consapevoli circa l’utilizzo delle sue risorse secondo il criterio dei bisogni, invece di lasciarsi schiacciare dalla “mano invisibile” delle leggi anonime del mercato e di impegnarsi nella lotta fratricida di una concorrenza universale annientatrice e disperata. (infra p. 128)

La cosiddetta “sinistra” non è oramai più in grado di incidere significativamente in alcun modo su questi eventi. Sempre che l’abbia mai fatto, e non sia stata invece sin dall’inizio una pedina, anche molto importante, per lo sviluppo e il perfezionamento dell’imposizione capitalistica.

Di fronte alla crisi capitalistica fondamentale, piuttosto, la sinistra reagisce in modo scomposto, visto che si sente letteralmente franare il terreno sotto i piedi, e sforna ricette di tenore neoliberista tanto quanto la presunta controparte di destra, se non di più:

Questa situazione è particolarmente tragica per la sinistra che, in tutte le sue varianti, aveva sempre sognato di “marciare alla testa del progresso”. Questo slogan non ha oggi alcun più alcun senso in quanto quel “progresso” non era altro che il concetto dell’imposizione e dello sviluppo storico del moderno sistema della merce, che adesso entra in collisione con i suoi limiti. A questo proposito affiora una singolare inversione, in cui i paradigmi classici della sinistra e della destra addirittura si scambiano di posto. In linea di massima, in entrambe le fazioni, sono ormai tutti conservatori e neoliberali ma questa convergenza profonda manifesta comunque differenze tali da rivelarci come i fronti della riflessione si siano scambiati. (infra p. 416)

Ma la crisi capitalistica, che deve essere riconosciuta come tale se vogliamo anche solo provare a contrastare in modo efficace questo pericoloso sistema sociale, non deve portare a reazioni sconnesse o disperate, o a cercare soluzioni dissennate e senza sbocco, come per esempio quelle, già accennate, sovraniste, o peggio ancora “complottiste”.10 Il lavoro di Kurz e di quanti operano nell’ambito della Wertkritik può, in questo senso, rappresentare una vera e propria “terapia” contro l’offuscamento sovranista o complottista, contro cioè l’incapacità ottundente di certe semplificazioni – i cui tragici esiti nella storia sono ben noti – di rendere conto di quanto avviene sul terreno del capitale mondiale.

La loro “fascinazione” poggia sul vuoto lasciato proprio dalla sinistra, spesso colpevolmente, spesso perché impossibilitata a causa del suo retroterra “riformistico” e compatibile con il sistema capitalistico. L’operato indecente della sinistra, sia essa “estrema” o “istituzionale”, a livello mondiale, ha aperto delle praterie per queste derive che, di fatto, fanno il gioco del sistema, e non è possibile recuperare questo “gap” su quello stesso piano. È il caso piuttosto di riprendere un certo radicalismo, forse l’unica cosa realmente “realistica” oggi, e provare a ricostruire un progetto di sistema sociale alternativo a quello capitalistico, forti però di una teoria rinnovata e all’altezza dei tempi, alla cui costruzione la Wertkritik può senz’altro dare un contributo molto importante.

In questo senso, la pubblicazione di testi come quello del presente libro rappresenta sicuramente un aiuto prezioso, anche in senso “militante”. A noi infatti interessa non solo “interpretare” il mondo, ma anche (e forse soprattutto) “modificarlo”, per parafrasare qualcuno. Tuttavia, contrariamente ai fanatici del “concreto”, crediamo che non sarà mai possibile cambiarlo senza prima analizzarlo, interpretarlo, studiarlo e comprenderlo. Questa è la conditio sine qua non, altrimenti si finisce nella folta schiera dei “pratici”, dei “volenterosi” che – di fatto – finiscono poi, spesso e volentieri, per rafforzare quel mondo che vorrebbero, o dicono di voler, combattere e cambiare.

Prima di chiudere questa breve e tutt’altro che esaustiva introduzione, è forse il caso di mettere in guardia la lettrice e il lettore e dire di Kurz quello che lui stesso ha detto di Marx, e cioè che talvolta può essere ein unglaublicher Langweiler,11 cioè, incredibilmente noioso, e il presente libro in certe sue parti sembra confermare questo giudizio. Ma, come per Marx, possiamo affermare che il pensiero di Robert Kurz è imprescindibile per chi voglia analizzare e comprendere lo stato delle cose e la “fase” capitalistica in corso – che, ripetiamo, secondo la lettura kurziana e più in generale della critica del valore, è quella “finale”, cioè quella in cui il capitalismo ha esaurito le sue possibilità di espansione e può soltanto, a questo punto, trasformare la tragedia in farsa, comunque non meno tragica, anzi forse ancora più devastante e cruenta, se possibile.

Ancor più, Kurz e la sua scuola di pensiero sono imprescindibili per chi creda che il capitalismo non debba essere il destino finale dell’umanità, ma sia ancora possibile immaginare e costruire un mondo radicalmente “altro” e radicalmente umano. Un mondo dove non sia il feticistico dominio del “valore” a determinarne le sorti, ma una comune scelta consapevole che sappia rispettare ed amare, oltre all’umano stesso e alla sua opera, anche ciò che non è strettamente umano ma è comunque in relazione fondamentale con questo, come la natura, gli animali e persino le cose. In un parola, il Mondo – di cui noi non siamo i padroni, ma del quale facciamo parte e all’interno del quale sia possibile, finalmente, svolgere un ruolo non più di presunti dominatori, ma di co-abitanti di un bene comune, la Terra, che non ci appartiene ma piuttosto alla quale siamo noi ad appartenere e di cui dobbiamo prenderci cura.

Massimo Maggini

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Note:

1. Per una storia articolata del percorso esistenziale e intellettuale di Robert Kurz rimandiamo all’articolo di Anselm Jappe Una storia della critica del valore attraverso gli scritti di Robert Kurz, che è possibile rintracciare a questo indirizzo web: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/20220-anselm-jappe-una-storia-della-critica-del-valore-attraverso-gli-scritti-di-robert-kurz.html.

2. Cf. https://www.exit-online.org/druck.php?tabelle=transnationales&posnr=119, testo scritto in occasione del centocinquantesimo anniversario dalla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista.

3. Ibidem.

4. Il “lavoro astratto” è il lavoro in quanto funzionale alla produzione di valore, quindi indifferente rispetto al suo lato “concreto”. Da un punto di vista capitalistico, per esempio, una sedia non viene costruita per sederci, ma per essere venduta e ricavarne un valore. Lo stesso discorso vale per ogni altro bene prodotto. In quest’ottica, produrre cibo, case o armamenti nucleari è esattamente la stessa cosa, la differenza “qualitativa” di ciò che viene prodotto è irrilevante. L’unica cosa che conta è la quantità di valore che si riesce ad estrarne una volta immessa sui mercati. Il valore (soprattutto nella sua forma fenomenica, il denaro) è dunque l’unico vero feticistico scopo di tutto il movimento del capitale, e questo ciclo infernale senza soluzione di continuità, che si svolge in un contesto di feroce competizione, conduce il capitalismo stesso ai suoi limiti estremi, oltre i quali non vi è altra possibilità se non il mantenimento ad ogni costo dello status quo, con gli esiti devastanti a livello ambientale, sociale ed umano a cui stiamo assistendo oggi.

5. Cf. introduzione a Robert Kurz, La fine della politica e l’apoteosi del denaro, Manifestolibri, 1997, p. 16.

6. Molti testi, tradotti anche in varie lingue, si possono comunque trovare su due portali web: https://www.exit-online.org e https://www.krisis.org/, i quali fanno capo a due omonime riviste. Le rispettive redazioni sono composte da membri una volta uniti nel cosiddetto Gruppo Krisis, che si sono però separati per dissidi interni nel 2004. La produzione, tuttavia, rimane legata ad un denominatore comune originario, appunto la “Critica del valore”, e le loro elaborazioni, pur nella differenza, restano estremamente interessanti. Questa separazione, inizialmente dolorosa, ha dunque di fatto, alla lunga, arricchito l’impianto teorico di questa “scuola di pensiero”. Come redazione dell’Anatra di Vaucanson stiamo cercando di tradurre e diffondere questi testi, anche proprio in funzione “militante”, visto che hanno molto da dire anche per i “pratici” – per usare un’espressione di scherno kurziana – delle nostre parti. Fra le nostre priorità, un testo che rappresenta una sorta di summa del pensiero kurziano, cioè lo Schwarzbuch Kapitalismus (it: Libro nero del capitalismo) che vorremmo pubblicare con il suo titolo originario, quello che avrebbe voluto dargli Robert Kurz, se non fosse intervenuto d’autorità l’editore a cambiarlo all’ultimo momento, e cioè die Mühlen des Teufels (it: I mulini del diavolo). Per una breve introduzione a questo testo, rimandiamo a un’intervista a Kurz: Il canto del cigno dell’economia di mercato, presente sul nostro sito all’indirizzo https://anatradivaucanson.it/dibattiti/il-canto-del-cigno-delleconomia-di-mercato. Fra i molti testi che mancano dai nostri scaffali, e che vorremmo provare a curare, ce ne sono alcuni che, anche se non di autori direttamente provenienti dalla Wertkritik, si occupano di tematiche affini e di fatto dialoganti con la Wertkritik stessa. Riteniamo in questo senso del tutto scandaloso, per esempio, che un testo di risonanza mondiale quale Time, Labor and Social Domination di Moishe Postone non sia mai stato tradotto nel nostro paese. Una mancanza che rivela, crediamo, lo stato di indigenza in cui si trova la “cultura”, specie di sinistra, dalle nostre parti.

7. Cf. Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, 2017.

8. Wallerstein disquisisce in modo interessante, nella premessa alla seconda edizione italiana de Il sistema mondiale dell’economia moderna, sulla terminologia da adottare in riferimento all’“esser-mondo” dell’economia capitalistica. Richiamando Braudel, sottolinea come quest’ultimo abbia “inventato” il termine “économie-monde” traducendo il tedesco “Weltwirtschaft”. Qui afferma, citando proprio Braudel: “Orbene, Weltwirtschaft può significare ‘l’economia del mondo intero’ […]. Ma Weltwirtschaft può anche significare ‘un’economia che è essa stessa un mondo, anche se le sue frontiere non racchiudono il mondo intero’” (cf. Il sistema mondiale dell’economia moderna, Il Mulino, 1978, p. 15). Semplificando, potremmo dire che la prima traduzione rispecchia una concezione quantitativa della cosa, mentre la seconda una qualitativa (e molto più significante, a nostro avviso). Per la traduzione di Weltkapital come “capitale mondo” invece di “capitale mondiale” abbiamo ragionato più o meno negli stessi termini.

9. Infra, p. 33.

10. Ciò che viene definito “complottismo” appare particolarmente insidioso e pericoloso soprattutto per il fatto che, come spesso accade in periodi di forte crisi difficili da interpretare senza un lavoro di analisi e approfondimento, legge gli eventi “soggettivizzando” le colpe, trascurando invece le motivazioni strutturali. L’esempio più celebre e forse più tragico è la “caccia all’ebreo”, nota soprattutto per il delirio nazi-fascista ma storicamente presente nella cultura occidentale praticamente da sempre. In questo senso, il “complottismo” funziona decisamente come arma di distrazione di massa ed è estremamente funzionale al mantenimento dello status quo. Per un altro verso, però, è anche un segno di estremo malessere, manifestazione di un fenomeno che affonda le sue radici in una profonda crisi economica, sociale e umana, e per questo motivo come tale non va semplicemente demonizzato ma saputo interpretare.

11. Cf. Robert Kurz, Marx Lesen, Eichborn Verlag, 2001, p. 9.

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Massimo Maggini

Vive a Livorno e si occupa da molti anni dei temi del lavoro e della trasformazione sociale. Collabora coi movimenti per l’ambiente e per le lotte sociali, e con la Libera Università “Alfredo Bicchierini”.

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